smettere di lamentarsi

La via d’uscita dalla lamentela

Il mio 2018 si è aperto con un’attenzione irresistibile ad un tema centrale, quello della lamentela, a cui dedicherò i primi articoli di quest’anno.

Penso da tempo che l’Italia sia il paese più bello e ricco di risorse umane del mondo, ma questa ricchezza va a braccetto con la nostra inclinazione a lamentarci, vittimizzarci, alzare la voce… e poi continuare a fare le cose di sempre.

Ho sempre notato e annotato dentro di me questa nostra caratteristica e la trovo anche un po’ simpatica: è quella tendenza alla drammaticità che completa il nostro genio creativo (i geni si sa, son tutti un po’ sregolati e incoerenti), la nostra capacità di inventarci le soluzioni più innovative (gemella del “fatta le legge, trovato l’inganno”) e il nostro gusto per il bello e il piacere (con quella nota di “bello e dannato” che non ci facciamo mai mancare).

Quest’anno sono arrivata alla conclusione che il mondo si divida in due: quelli che soffrono e si lamentano, perché non c’è più niente da fare e la fiducia non serve; e quelli che soffrono e reagiscono, si mettono in discussione, impegnandosi a creare una vita di cui possano essere innamorati.

Entrambi soffrono, chi più chi meno intensamente: tutti viviamo dei momenti difficili, delle sfide, dei conflitti e abbiamo dei problemi. La differenza tra chi si abbatte, si arrabbia con il mondo e si piange addosso e chi sorride e va avanti risiede tutta nella presa di responsabilità. Esatto, non è fortuna, è scelta.

Chi reagisce guarda le situazioni in faccia, sa che la ragione non si trova da una parte sola e migliora se stesso e le proprie strategie per ottenere risultati diversi. Perché “noi stessi” è il terreno su cui abbiamo potere e lamentarsi e basta non cambierà mai le cose.
Quando si accorgono di non riuscire a farlo da sole, queste persone chiedono aiuto ad amici o professionisti e investono su di sé, perché sanno che non esiste investimento migliore di quello.

E così “magicamente” (noto sinonimo di “con impegno, costanza, qualche lacrima e tanti momenti di stupore) a queste persone le cose vanno meglio. Ed entrano a far parte della schiera dei “beato te che hai trovato quel compagno/quella compagna lì”, “beato te che fai un lavoro che ti piace”, “beato te che vai d’accordo con la tua famiglia”, etc.
Ve lo dico, la verità è che di beato hanno solo l’espressione sul viso mentre gustano il loro piatto preferito (ad esempio io mentre mangio il gelato sembro beatissima!).

Non sto dicendo che sia facile, anzi assumersi le proprie responsabilità e mettere in gioco il proprio potere personale è faticoso. Sto dicendo che ne vale la pena, tantissimo.

Sono stati i miei clienti e coachee ad insegnarmi questa lezione: alcuni di loro l’anno scorso hanno mollato il nostro percorso insieme sul più bello, costringendomi a crescere ed accettare che è nel loro potere farlo ed è giusto così. Mi hanno insegnato umiltà e accettazione dei miei limiti e li ringrazio profondamente per questo.

Molti altri, la maggior parte, ha lottato (che a volte significa “ha lasciato andare le rigidità che aveva prima”), restando in contatto con le proprie paure, imparando a prendersi cura di sé e hanno raccolto risultati. Ho visto imprenditrici rimettere in gioco la propria attività e specializzarsi in un settore ottenendo risultati da subito, giovani donne che lasciavano una carriera insoddisfacente per fare ciò che desideravano fare da tempo, coppie crescere insieme, figli e genitori riavvicinarsi, donne un po’ meno giovani (ma solo all’anagrafe) rinnovarsi e riscoprirsi più belle che mai. E io ringrazio profondamente ognuno di loro per questo.

Mi date la forza di continuare, perché anche i coach hanno i loro momenti no, le proprie sfide e i propri enormi dubbi, come tutti.

E quando le lamentele ci circondano e ci accerchiano come le vecchiette in Posta quando abbiamo poco tempo?
A questo tema sarà dedicato il prossimo articolo, intanto ti lascio con un antidoto veloce, un video con alcune delle buone notizie del 2017: perché è il tuo sguardo che fa la differenza.