storie che ci sorreggono

TROVARE LA NOSTRA FORZA: STORIE CHE CI SORREGGONO

Da bambina mi raccontavano le storie dei miei nonni, di trisavoli o di parenti a volte pure più “antichi”.Piene di prove incredibili, difficoltà impensabili, superate con stratagemmi degni di un film.Erano storie appassionanti, amavo sentirle raccontare e attraverso le parole riviverle con occhi sgranati di stupore. Le storie ci piacciono, piacciono da sempre e l’umanità le racconta sin dal suo principio. Sono come una magia, ci affascinano, ci ispirano, ci danno forza. Alcune più di altre.Perché i racconti hanno un potere immenso, soprattutto quelli dei tuoi avi; una forza che si intesse nel tuo stesso dna.Costituiscono le nostre spalle, il motivo per cui, anche in periodi di difficoltà assoluta, possiamo farcela. In questi tempi di lockdown, di limitazioni forti è bello riascoltarle, riprenderle, immergervisi dentro.Abbiamo più tempo per farlo e può farci molto bene. Storie che guariscono, storie che rafforzano Ogni volta che qualcosa di esterno, che non dipende da noi, arriva a sconvolgere la nostra vita senza che noi possiamo far nulla per evitarlo, rendendola particolarmente difficile, l’impressione che abbiamo è quella di esser precipitati in un profondo buco nero fatto di incertezze. Ci sembra di non poter andare avanti, di non farcela, eppure abbiamo in noi la forza di chi ci ha preceduto in questi passi. Ti racconto io ora una storia, forse comune a tante altre, forse alla tua.Siediti, prenditi un po’ di tempo per leggerla.Mio padre è nato a Forlì, in Romagna, nel 1941. Era davvero piccino quando iniziarono a cadergli le bombe sulla testa, eppure è un ricordo che si è portato dietro, come quello degli infiniti traslochi.Mi raccontava che poco più che ragazzino giocava con i residui bellici: raccoglieva bossoli e la polvere da sparo che trovava nei campi e con questi creava di tutto in cantina tra le urla e i patemi di mia nonna.Povera nonna, dopo la guerra si è trovato un figlio che giocava con gli esplosivi in cantina… non ha avuto una vita facile. Anche se, a dirla tutta, era una donna di una forza inaudita: mio padre si ricorda ancora quanto lo inseguiva con la scopa in cortile! Mia madre invece è nata in Calabria e nel 1959,  a un anno e mezzo, si prese la poliomielite, una malattia gravissima ai tempi. La salvarono per un pelo, ma l’unico posto in cui poteva esser curata davvero era l’ospedale di Genova e lì la portarono, ma lì anche la dovettero anche lasciare per 9 lunghissimi mesi.Mia nonna – sua madre – era povera in canna con altri 4 figli a casa e 8 nel cuore (ebbe ben 13 gravidanze). Non sapeva come altro fare. Era l’unica in famiglia a poter lavorare.  Così mia madre, a poco meno di due anni, rimase sola in un ospedale lontanissimo da casa sua, dove parlavano una lingua con un’inflessione mai sentita prima per quasi un anno.E furono anche immigrati i miei nonni, dalla Calabria a Torino. In quei tempi così difficili e discriminatori si trasferirono in un luogo per loro veramente agli antipodi rispetto all’assolata Calabria, eppure mia nonna, analfabeta, riuscì a crescere quei 5 figli.Erano tempi duri. Più difficili di questi che stiamo attraversando ora. Siamo sulle spalle di giganti Questo dovrebbe farci stare meglio? Sapere che c’è gente che ha subito più di noi dovrebbe farci forza?Non esattamente. Non è questa la riflessione su cui vorrei portarti. Il mal comune mezzo gaudio non mi ha mai convinta molto… Penso invece che se le persone di cui portiamo la storia dentro, di cui abbiamo una parte anche da un punto di vista biologico, ce l’hanno fatta possiamo trovare anche noi la forza per riuscire.Perché siamo figli e figlie di una storia grande. Come esseri umani abbiamo le risorse per superare le difficoltà perché questa capacità ci scorre nelle vene.Nel nostro dna ci sono nonni che hanno visto la guerra e l’hanno superata, ci sono genitori che hanno vissuto immigrazioni e ce l’hanno fatta, ci sono altri bisnonni e avi che hanno vissuto altre cose, magari hanno fatto l’Unità d’Italia e chissà quante altre avventure.Sono giganti che ci sorreggono.Prova a pensare quante grandi storie ci sono nel tuo, nel nostro, dna.E siamo fatti di quelle storie, impastati di quelle storie.Nei miei percorsi di Coaching ho visto persone letteralmente rinascere guardando ai loro legami, prendendone l’energia.  Noi abbiamo quelle risorse, non permettiamo a noi stessi o a eventi esterni come i titoloni dei giornali che oggi ci spaventano, di avvilirci, di affossarci. Se guardo la mia storia, questo momento qui è meno difficile di quegli anni in cui a mio padre cadevano le bombe in testa o quando mia madre, piccina, rimaneva da sola per un lungo anno in un ospedale in cui non conosceva nessuno. Chissà quante altre storie più difficili ci sono di persone che vanno avanti e non hanno niente in più rispetto a noi: le nostre stesse risorse.Possiamo farcela. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo Scegliti e realizzati se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!).Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti.Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo.Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile.E iscriviti!Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
rabbia paura

Rabbia e paura: le emozioni ai tempi del covid

Rabbia e paura sono due emozioni – insieme all’altra grande protagonista, l’ansia – che spesso si affacciano nei miei percorsi di Coaching.Si presentano così di frequente perché sono umane, fanno parte della vita.Le proviamo tutti prima o poi: per fatti che accadono nel nostro quotidiano, cose difficili che ci capitano, che riguardano aspetti della nostra sfera personale. Quest’anno però c’è stato un evento inatteso che ha cambiato le carte in tavola non solo nella vita di qualche persona ma di un intero pianeta, generando ansia, paura e rabbia in modo piuttosto diffuso.Da marzo abbiamo dovuto fare i conti con una nuova parola, Coronavirus, e con tutte le sue conseguenze: sulla salute, sull’economia e non da ultimo sulle nostre abitudini.  Ma il covid, con i suoi bollettini medici, le routine da stravolgere, le prospettive da modificare ci sta mostrando molte verità. Rabbia e paura: due emozioni profondamente umane Davanti a questo improvviso cambio di scenario forse anche tu avrai provato smarrimento o paura. O magari rabbia.Ed è assolutamente normale. La paura è una compagna di strada antica, che ha permesso al genere umano di sopravvivere. E proprio per questo suo diritto di anzianità non si lascia ignorare tanto facilmente…Questa circostanza che ora viviamo ci porta peraltro in contatto con un tipo di paura molto profondo, che in genere rimane zitto e quieto, ben sommerso dall’infinita lista delle cose da fare che abbiamo tutti i giorni: quella di perdere la vita.Nostra o delle persone cui vogliamo bene. Ma se la guardiamo non come nemica, non con terrore, vediamo quale dono prezioso, quale valore davvero importante lei ci stia indicando.Ci mette davanti alla nostra fragilità, certamente, ma anche alle nostre scelte quotidiane. Ci dona maggiore consapevolezza, anzi, ce la richiede proprio a gran voce! Presi dal nostro fare, spesso andiamo avanti quasi con il pilota automatico inserito e ci troviamo a ridosso del weekend o delle vacanze stanchi, stressati e con una lista lunghissima di cose che avremmo voluto fare ma che sono ancora tutte lì, scritte belle in ordine sulla lista dei desideri.Quindi questa ansia, questa paura ci sta richiamando, in maniera magari un po’ rude, a porre davvero maggior attenzione a dove, come e con chi stiamo spendiamo il nostro tempo. L’incertezza del contesto in cui oggi ci troviamo a fare i conti, così complesso e difficile da comprendere, scatena spesso anche la rabbia perché in fondo in fondo è come se pensassimo: “io non me lo meritavo tutto questo e altri dovevano pensare a gestire questa situazione meglio, a comportarsi meglio”. Abbiamo la fastidiosa impressione di essere stati privati di un diritto o delle certezze per cui ci eravamo tanto impegnati. E questo ci fa sentire quasi traditi.Magari abbiamo anche ragione però, e so di darti una notizia davvero poco piacevole, questo non solo non ci aiuta ma non ci porta neppure da nessuna parte.Perché il senso di giustizia e l’avere ragione hanno creato più vittime che non vincitori e hanno portato poche persone in posti bellissimi. Nella migliore delle ipotesi rimangono sedute lì dove sono. Perché avere ragione non basta Come possiamo fare?Fermarsi nel lamento, soffocare nella paura, ribollire nella rabbia e magari dare voce a tutto ciò attraverso un post su Facebook non è la strada che ci permette di uscire da questa situazione di blocco.Il nostro potere comunicativo ha inoltre delle conseguenze, può influenzare altre persone. Quindi non stiamo facendo nulla di utile per noi e probabilmente è dannoso per altri. Affrontare le difficoltà un respiro alla volta A marzo, quando capii che non sarebbe stata una parentesi di qualche mese ma assai più lunga, anche io fui presa, per così dire, “in contropiede”. Mi chiesi: “E adesso?”.  La mia personale risposta fu quella oramai collaudata da tempo: il respiro (te ne parlerò tra poco), e il mio mantra di sempre, ossia “un passo alla volta”.E vi garantisco, respirazione circolare e mantra assieme, funzionano.Hanno funzionato in periodi difficilissimi per me, come nel 2014, quando mi sono sposata e l’anno successivo mi sono prima separata, poi ho affrontato 5 traslochi e nel frattempo anche il mio lavoro era andato in crisi (non puoi aiutare gli altri se tu non sai più da che parte girare te stessa!).Ero lontana da tutti gli affetti a me più cari, con tanti pezzi sparsi da ricostruire. Un disastro insomma!Credo che un periodo così tosto, magari con altri eventi e situazioni, sia capitato più o meno a tutti e io l’ho superato, appunto, “un passo alla volta”. Alcuni giorni, a onor del vero, anche “un’ora alla volta”…Un passo alla volta, un respiro alla volta. Come quando hai due remi, una barca, e devi arrivare dall’altra parte di un lago È il modo in cui le si affrontano che fa la differenza Ognuno ha le sue strategie. Vorrei però regalarti qualcosa che a me, e a tante altre persone, ha permesso di stare bene e superare periodi difficili come questo. Se provi rabbia… arrabbiati! E scrivilo in una lettera in cui dai il peggio di te. No, non sono impazzita, non ti sto proponendo pubbliche missive in cui inveire contro tutto e tutti ma delle potentissime  lettere di rabbia (e no, non vanno spedite!). La paura… non fuggirla. Sentila, accoglila attraverso la respirazione diaframmatica. Respirala. Forse sarà ancora più grande e ingombrante per qualche istante ma non disperare perché poi passerà. Medita, sul mio canale youtube Silvia Abrami – Coach trovi tante meditazioni a disposizione per te per superare momenti di blocco, di malessere emotivo o per rilassarti profondamente. Condividi. Durante il primo lockdown ho creato un gruppo su Facebook per provare ad affrontare assieme la quarantena con uno sguardo differente.A tanti mesi di distanza il gruppo è cresciuto moltissimo, si è arricchito di condivisioni, di esperienze, di scambi emozionanti. Oggi ha cambiato nome in Scegliti e realizzati: il coraggio di essere te.Ogni settimana c’è una sfida, una meditazione, una proposta guidata da me ma è proprio l’intervento delle tante persone meravigliose che ne fanno parte a renderlo così emozionante (sì lo so, vado orgogliosa di ognuna di loro e si sente!).Ci sono molti altre realtà e modi per non sentirsi soli e aprire lo sguardo, con cui scegliere di fare un pezzetto di strada assieme e scambiarsi vissuti. L’importante è che venga fatto in modo costruttivo. Che non sia solo lamento. Informati. Scegliere di stare nella realtà significa anche informarsi, sì, ma non con ossessione e personalmente sconsiglio di guardare la tv, perché purtroppo molti programmi invece di informare puntano sul sensazionalismo e provocano risposte emotive forti. Che, nella maggior parte dei casi, non ci servono e non ci aiutano neppure un po’. Un possibile cambiamento condiviso, insieme In realtà questa situazione è un’opportunità per me e per te.Per decidere come spendere meglio il nostro tempo (ricordi? La paura…), per passare dalla protesta fine a se stessa ad un’azione buona e consapevole.Quello che ci sta accadendo, in questo anno, ci accade come collettività. Non accade solo a me e te.C’è quindi un ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi assieme a te, ed è qualcosa che ci riguarda entrambi. Possiamo scegliere. Possiamo sempre farlo. Oltre alla decisione personale di come affrontare il momento di ansia o rabbia, di cui parlavo sopra, c’è anche una scelta più ampia. Comunitaria. Non si può controllare tutto, prendere le misure di ogni fila, il numero di quante persone hanno indossato correttamente la mascherina etc etc…E non ci è davvero utile inveire contro chi non la indossa bene o non mantiene le distanze come dovrebbe, perché quella di un controllo perfetto è pura utopia. Non è obiettivamente possibile attuarlo. Ma possiamo noi indossare la mascherina quando va indossata, possiamo noi mantenere la giusta distanza, restare umani, sorridere ed essere gentili con il prossimo. Possiamo noi per primi collaborare per far sì che le cose vadano nel modo sperato, impegnandoci in una solidarietà comportamentale diffusa.  Se non altro non avremo contribuito a diffondere un carico di ansia assurda e rabbia debordante.Con equilibrio, senza entrare in un’ansia da contatto o da eremitaggio! Cercare il giusto equilibrio, mantenere un atteggiamento corretto è una nostra responsabilità, ed il nostro potere in questa situazione. Una vera e propria scelta personale. Se siamo responsabili come singoli ci sentiremo parte di qualcosa di più grande che ci unisce come esseri umani.E questo è davvero bellissimo. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo Scegliti e realizzati se vorrai. Ogni mese\settimana dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!).Quel famoso angolo contro cui si urta il mignolo del piede (che ho scoperto si chiama “minolo”) e che mannaggia ci dà davvero un fastidio atroce! Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza (e urti!).Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo.Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.Qui di fianco trovi il box per iscriverti
azione e cambiamento

Cosa ci insegna Greta, la ragazzina svedese candindata al Nobel per la Pace

Essere umani ha a che fare con moltissime sensazioni, tra cui la consapevolezza di non poter controllare le cose e di sentirsi spesso inermi e piccoli di fronte ad eventi più grandi di noi. E contemporaneamente ha a che fare con il grande potere della fiducia e della responsabilità che ognuno di noi ha sulle proprie azioni e sui propri pensieri quotidianamente, nessuno escluso.

Ogni giorno incontro persone che credono di non avere potere sulla propria vita o che si sentono confuse perché non sanno cosa fare per cambiarla. E quello che faccio è aiutarle a cambiare idea.

Perché sono proprio le idee che popolano la nostra mente che cambiano tutto. Io lo faccio come Pollicino che spargeva briciole di pane lungo il cammino: un passo alla volta, una briciola alla volta nell’immensità di una foresta. E cerco di arrivare un po’ più lontano con questo blog, con Scegliti, con i miei profili sui social network.

Poi ci sono persone che danno una scossa a queste idee, come un terremoto. Sono persone come noi, semplici, comuni, che ci mostrano che non abbiamo limiti se non nella mente, che ci insegnano che nessuna persona è troppo piccola e nessuna azione tropo banale per fare la differenza.

Oggi tutto il mondo studentesco è sceso in piazza per sensibilizzare gli adulti contro il cambiamento climatico: ragazzi che chiedono a chi ha in mano il mondo e il futuro dell’umanità di averne maggiore cura perché è il loro futuro, appartiene a loro.

“La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli” recita la famosissima citazione di un discorso che un Capo Indiano fece nel 1852; ed è il messaggio che ci stanno lanciando i milioni di giovani scesi in piazza oggi. E dal mio modesto punto di vista hanno ragione.

Sai da cosa è nato tutto questo? Da un gesto piccolo, di una ragazzina svedese affetta da sindrome di Asperger: Greta Thunberg. Da agosto, ogni venerdì si rifiuta di andare a scuola e va a scioperare silenziosamente davanti al parlamento svedese. Con il caldo, con il freddo, con il sole o con la pioggia.

E a chi le diceva che era troppo piccola o troppo sola o le domandava cosa sperava di ottenere con i suoi scioperi solitari rispondeva: “Non saremo noi a cambiare il mondo, non si può aspettare che cresciamo. È necessario che i grandi agiscano adesso… Non mi fermerò. Non fino a quando le emissioni di gas serra non saranno scese sotto il livello di allarme”.

La sua storia ha fatto il giro del mondo e oggi Greta non è più sola: solo in Italia, in piazza ci sono 1 milione di ragazzi a manifestare con lei. Il suo impatto è stato così grande che è stata candidata al Nobel per la Pace.

Tutto questo è successo perché una mattina si è svegliata e ha girato a sinistra invece di girare a destra: invece di andare a scuola ha ascoltato una voce martellante nel cervello che le diceva “basta, devi agire, non puoi assistere inerme a tutto questo”. E non si è fermata, non ha pensato di essere troppo piccola o troppo sola per poter cambiare il mondo.

Oggi tutti quelli che non hanno voglia di fare la raccolta differenziata o di lasciare la macchina in garage e prendere i mezzi pubblici, riflettono sull’impatto che le loro azioni quotidiane hanno sul futuro del genere umano, grazie a Greta.

Questa storia mi ha emozionato come tutte le grandi storie emozionano i cuori: ci ispirano, ci danno fiducia, ci spingono ad agire e perseguire le cause in cui crediamo, non importa se non sono grandiose come salvare il mondo. Ogni causa ha valore se fa battere il cuore di qualcuno: avere un lavoro soddisfacente, esprimere noi stessi, costruire relazioni felici, equilibrate e appaganti, sono tutti obiettivi significativi perché le persone felici sono in grado di migliorare il mondo che le circonda.

Se ognuno di noi si impegnasse ogni giorno per cambiare il corso della propria vita, lamentandosi un po’ meno per ciò che non funziona e rimboccandosi le maniche, il mondo sarebbe un posto migliore e molti dei nostri problemi globali sarebbero risolti.

Sono molto grata a Greta e tutti i giovanissimi che oggi sono scesi in piazza per noi, per me, per la mia piccola Gaia Luna (che ancora non sa camminare, per la piazza ci sarà tempo). Non lasciamo che quella di Greta sia solo una bella storia, ma piuttosto chiediamoci quali sono le scelte che ancora non abbiamo fatto per paura di essere troppo piccoli per cambiare la situazione e agiamo di conseguenza.

smettere di lamentarsi

La via d’uscita dalla lamentela

Il mio 2018 si è aperto con un’attenzione irresistibile ad un tema centrale, quello della lamentela, a cui dedicherò i primi articoli di quest’anno.

Penso da tempo che l’Italia sia il paese più bello e ricco di risorse umane del mondo, ma questa ricchezza va a braccetto con la nostra inclinazione a lamentarci, vittimizzarci, alzare la voce… e poi continuare a fare le cose di sempre.

Ho sempre notato e annotato dentro di me questa nostra caratteristica e la trovo anche un po’ simpatica: è quella tendenza alla drammaticità che completa il nostro genio creativo (i geni si sa, son tutti un po’ sregolati e incoerenti), la nostra capacità di inventarci le soluzioni più innovative (gemella del “fatta le legge, trovato l’inganno”) e il nostro gusto per il bello e il piacere (con quella nota di “bello e dannato” che non ci facciamo mai mancare).

Quest’anno sono arrivata alla conclusione che il mondo si divida in due: quelli che soffrono e si lamentano, perché non c’è più niente da fare e la fiducia non serve; e quelli che soffrono e reagiscono, si mettono in discussione, impegnandosi a creare una vita di cui possano essere innamorati.

Entrambi soffrono, chi più chi meno intensamente: tutti viviamo dei momenti difficili, delle sfide, dei conflitti e abbiamo dei problemi. La differenza tra chi si abbatte, si arrabbia con il mondo e si piange addosso e chi sorride e va avanti risiede tutta nella presa di responsabilità. Esatto, non è fortuna, è scelta.

Chi reagisce guarda le situazioni in faccia, sa che la ragione non si trova da una parte sola e migliora se stesso e le proprie strategie per ottenere risultati diversi. Perché “noi stessi” è il terreno su cui abbiamo potere e lamentarsi e basta non cambierà mai le cose.
Quando si accorgono di non riuscire a farlo da sole, queste persone chiedono aiuto ad amici o professionisti e investono su di sé, perché sanno che non esiste investimento migliore di quello.

E così “magicamente” (noto sinonimo di “con impegno, costanza, qualche lacrima e tanti momenti di stupore) a queste persone le cose vanno meglio. Ed entrano a far parte della schiera dei “beato te che hai trovato quel compagno/quella compagna lì”, “beato te che fai un lavoro che ti piace”, “beato te che vai d’accordo con la tua famiglia”, etc.
Ve lo dico, la verità è che di beato hanno solo l’espressione sul viso mentre gustano il loro piatto preferito (ad esempio io mentre mangio il gelato sembro beatissima!).

Non sto dicendo che sia facile, anzi assumersi le proprie responsabilità e mettere in gioco il proprio potere personale è faticoso. Sto dicendo che ne vale la pena, tantissimo.

Sono stati i miei clienti e coachee ad insegnarmi questa lezione: alcuni di loro l’anno scorso hanno mollato il nostro percorso insieme sul più bello, costringendomi a crescere ed accettare che è nel loro potere farlo ed è giusto così. Mi hanno insegnato umiltà e accettazione dei miei limiti e li ringrazio profondamente per questo.

Molti altri, la maggior parte, ha lottato (che a volte significa “ha lasciato andare le rigidità che aveva prima”), restando in contatto con le proprie paure, imparando a prendersi cura di sé e hanno raccolto risultati. Ho visto imprenditrici rimettere in gioco la propria attività e specializzarsi in un settore ottenendo risultati da subito, giovani donne che lasciavano una carriera insoddisfacente per fare ciò che desideravano fare da tempo, coppie crescere insieme, figli e genitori riavvicinarsi, donne un po’ meno giovani (ma solo all’anagrafe) rinnovarsi e riscoprirsi più belle che mai. E io ringrazio profondamente ognuno di loro per questo.

Mi date la forza di continuare, perché anche i coach hanno i loro momenti no, le proprie sfide e i propri enormi dubbi, come tutti.

E quando le lamentele ci circondano e ci accerchiano come le vecchiette in Posta quando abbiamo poco tempo?
A questo tema sarà dedicato il prossimo articolo, intanto ti lascio con un antidoto veloce, un video con alcune delle buone notizie del 2017: perché è il tuo sguardo che fa la differenza.

Perché Halloween

Perché Halloween ha preso piede in Italia

Quando andavo alle superiori la festa di Halloween era qualcosa che affascinava noi ragazzi (ogni scusa era buona per avere qualcosa da festeggiare), ma che gli adulti guardavano con sospetto: perché andare in giro mascherati se non è Carnevale? Cosa centriamo noi con una festa straniera?

Ricordo la professoressa d’inglese che ci spiegava le origini di questa festività, che deriva dal capodanno celtico Samhain. La credenza è che, durante la notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre, la linea di demarcazione che separa i vivi e i morti si assottigli a tal punto che si possa creare un contatto tra chi c’è e chi c’è stato. Ed è proprio da questa connotazione che deriva l’usanza di mascherarsi da scheletri, che poi si è estesa a qualunque personaggio interpretato come “scuro”.

Oggi Halloween viene festeggiato da tutti: per la prima volta quest’anno dei bambini hanno suonato il mio campanello per il famoso dolcetto o scherzetto (lo confesso, ho fatto finta di non essere in casa, non eravamo equipaggiati!) e anche gli adulti si mascherano e vanno a feste a tema.

Così mi sono chiesta come mai abbia preso tanto piede qui in Italia. Molti direbbero che è colpa della corruttibilità della nostra cultura, che abbiamo “acquistato” una festività anglosassone come tante altre. E magari hanno parzialmente ragione.

Quello che penso io è che il motivo più importate è che ci piace mascherarci. Alla maggior parte delle persone piace pensare ai costumi, al trucco e l’idea di uscire di casa, anche se solo per una notte, essendo qualcun altro. Esattamente come il Carnevale, Halloween porta con sé un’aura di evasione, di sovversione dell’ordine delle cose, di nuove opportunità e libertà.

Ognuno di noi è abituato ad pensare a “Se Stesso” e al proprio carattere come ad un monolite immutabile che gli è stato dato in dotazione ad un certo punto della propria vita è che molto difficile da modificare. La verità è che siamo ricchi di complessità e che c’è tutto un mondo dentro di noi che giace in qualche modo sopito: nel Voice Dialogue si parla di Sé Rinnegati per indicare tutte quelle parti di noi che non ci concediamo di esprimere quasi mai.

Di solito sono pensieri scomodi, socialmente non accettati o giudicati, comportamenti che abbiamo giurato di non tenere mai. Consumiamo tantissima energia per “tenere a bada” tutto questo, ed è per questo che spesso abbiamo bisogno di “sfogarci”.

Mascherarci, soprattutto interpretando personaggi oscuri come mostri, streghe, fantasmi è una valvola di sfogo innocua, divertente, socialmente accettata che quindi ricerchiamo e viviamo piacevolmente. È l’occasione per sovvertire il nostro ordine interno per una notte ed lasciare un po’ di spazio alle nostre parti più cattive, sregolate, egoiste e, diciamocelo, a volte più simpatiche.

che cos'è la felicità

Fragilità: istruzioni per l’uso

Il giorno in cui scopri di non essere Wonder Woman
Nella vita di ognuno di noi, prima o poi arriva il giorno in cui ci rendiamo conto di essere vulnerabili, di avere dei punti deboli, di non arrivare sempre ovunque. Ci accorgiamo che alcune persone quando colpiscono fanno male, che in alcune situazioni non sappiamo proprio cosa fare o che da soli non riusciamo ad uscire da un problema.

Può succedere la prima volta che finisce un amore, o dopo esserci rotti un braccio o al primo esame andato male. A me è successo così tante volte che ho perso il conto.

Anzi penso di poter confessare che questa è la più grande lezione che fatico ancora ad imparare, anche se ogni volta faccio dei passi avanti di tutto rispetto. Sì perché quando hai una vita che ti piace, un lavoro che ti gratifica e ti entusiasma, il retaggio cattolico che conserviamo dentro di noi inizia a ricordarti tutti i “doveri” che hai verso il prossimo, ti fa notare tutte le sbavature in cui inciampi, mette in dubbio che tutta questa bellezza tu te la sia proprio meritata.

Succede anche a te? A me sempre meno ovviamente, ma all’inizio era una voce costante nella mente, che mi ha dato non poche tribolazioni. Per non parlare di quelle volte in cui ero stanca o malata o qualche questione personale mi distraeva: il mio Critico Interiore era sempre pronto a rimproverarmi.

La resa è la via della vittoria
Come si fa ad uscirne quindi? Come faccio a fare i conti con la mia fallibilità e stare bene lo stesso? Cosa me ne faccio di tutta questa fragilità che sembra intralciare costantemente i miei passi?

Quello che ho imparato in 15 anni di corsi, studi, percorsi e testate al muro è che la via della vittoria passa dalla resa: una resa incondizionata a me stessa, a quella fragilità che ho cercato di nascondere tanto a lungo come se fosse una macchia sui pantaloni.

Con il tempo ho capito che i miei limiti, i miei bisogni, le mie paure, le mie vulnerabilità sono Silvia tanto quanto la mia forza, il mio sorriso, la mia determinazione e le mie qualità. A volte sono Silvia molto più di tutto il resto.
In oriente lo dicono da parecchio tempo: sono le Ombre che ci permettono di scoprire e apprezzare che cos’è la Luce, in ogni cosa è nascosto anche una goccia del suo contrario in un continuo fluire di forza e fragilità, certezza e dubbio, energia e riposo che si chiama Vita.

Arrenditi alla bellezza di tutto ciò che non sai fare, che hai paura di affrontare.
Vivi la stretta allo stomaco prima di una prova che ti spaventa.
Guarda con tenerezza agli sbagli che hai fatto e chiediti cosa ti hanno permesso di imparare.
Quando senti la stanchezza, riposati: anche i guerrieri più forti costruivano accampamenti. Il Sole continuerà a sorgere anche se non sei lì a controllarlo.
Se hai bisogno di aiuto, chiedilo: non c’è niente di riprovevole nel fare in due ciò che non riesci a fare da solo. Farai del bene a te e alla persona a cui ti sarai rivolto.

Non è sempre facile farlo, ma il risultato è un abbraccio di te stesso autentico e duraturo.
E se vuoi, possiamo farlo insieme.

memoria Auschwitz

Auschwitz è iniziato così

Mio padre è nato nel 1941. Era un bambino sotto la Grande Guerra, eppure si ricorda miliardi di dettagli. Probabilmente va così con le guerre, ti si stampano dentro come tratti indelebili nella memoria.
Mio padre è stato a suo modo fortunato: nessuno dei suoi parenti è morto, nessuno è stato deportato. Che per chi viveva a Forlì non era mica scontato. Ha lasciato molte case sotto la Guerra. Ha imparato molte cose.