il paragone
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Quel paragone che mina l’autostima e ci rende infelici

Il paragone: occasione di crescita o il miglior modo per abbattere la propria autostima, anzi, affossarla senza appello?Tra le modalità con cui conosciamo la realtà, la esploriamo sin dalla più tenera età, quella del paragone è una delle prima che sperimentiamo: ci aiuta a prendere le misure, a capire chi siamo, a muoverci nello spazio e negli affetti.
A seconda di come viene utilizzato può essere quindi uno strumento di crescita oppure uno dei tre blocchi con cui si lega la propria autostima prima di lanciarla in mare.
Degli altri due, il perfezionismo e la fretta di vedere subito i risultati del proprio cambiamento ne parlo in due separati articoli.
Qui andiamo ad analizzare il paragone, nei suoi lati positivi e in quelli, terribili e temibili, negativi.
E poiché si tratta di un meccanismo piuttosto subdolo lo faremo addirittura in due tempi!

Perché ci paragoniamo agli altri?

Paragonarci agli altri ci permette di capire meglio chi siamo. È una forma di orientamento, o meglio, sono criteri di riferimento per valutare qualcosa di noi.
Di base quindi non è negativo.
Il problema sorge quando il paragone assume la forma di giudizio e non in nostro favore.

Quando il paragone con gli altri è tossico

Quando il mio paragonarmi con l’altro mi porta fuori da me e mi proietta solo sulle qualità dell’altro, non ho scampo: questa abitudine diverrà come un morbo, qualcosa che scaverà lentamente dentro me.

Guardiamo da vicino come funziona il meccanismo davvero subdolo del paragone tossico.

Osservo l’altro e mi confronto. Non importa chi sia l’altro: può essere un amico, una sorella, un parente o chi ci pare a noi.
Se in questo confronto io non tengo presente me in quanto tale, con tutte le mie caratteristiche ma mi considero solo sotto la lente di quegli aspetti che mi differenziano da quell’amico (o sorella, parente o Tizio-Caio) e che possiede solo lui o lei, finirò inevitabilmente per osservare solo gli aspetti positivi dell’altra persona (e fin qui tutto bene), in particolare quelli che io non ho (e già qui meno bene).
E come conclusione non ne trarrò che siamo semplicemente diversi. No.
Ne trarrò che io valgo meno, perché non ho quegli aspetti lì (e qui abbiamo il macigno!).
Tutti gli altri miei pregi, virtù, capacità, che magari l’altra persona non possiede, passeranno in secondo piano. Anzi, non li terrò proprio in considerazione.
Ne esco quindi con un profondo senso di frustrazione e sconfitta.
Quando diamo spazio nella nostra vita a questo modo di rapportarci malato, ci facciamo del male e trasformiamo gli altri in nemici.

Paragonarsi agli altri e perdere di vista se stessi

Il paragone negativo è quello in cui io osservo di essere diversa da te e per questo sono meno di te (o più di te, ma capita assai meno di frequente!).
Quindi il paragone è tossico quando guardo Marika e penso che lei abbia un fisico pazzesco mentre io ho un po’ di ciccia sui fianchi e questo diviene automaticamente un “Allora io non valgo quanto Marika”. O peggio, io non valgo nulla.

Ma è tossico anche quando osservo che Eleonora parla davvero molto bene, in modo professionale, la si ascolta molto volentieri, è convincente, bravissima, e traggo la conclusione che:

  1. io non sarò mai come lei 
  2. io non valgo niente

Questo meccanismo che non ci permette di godere dei nostri talenti e ci porta sempre fuori da noi ha anche altre sfumature.
Si attiva ogni volta che ottengo un buon risultato ma non lo festeggio: per esempio realizzo qualcosa di importante sul lavoro, un buon obiettivo, o negli studi, o nella gestione delle relazioni, magari anche con qualche avversità ma…

…ma invece che gioire sento partire una vocina che mi dice: “Ah sì? Guarda che Tizio Caio, l’anno scorso ha fatto questa cosa nella metà del tempo”.
Ecco, questa vocina ha un nome: ti presento il Critico Interiore, che sta sempre lì, con il suo ditino indice alzato, a dirti: “Hummmmm… potevamo fare di meglio qui, vero?”.
Ti sembra di conoscerlo?

Paragonarsi agli altri è come sentirsi sempre sotto i riflettori, con una luce che evidenzia i nostri (certamente numerosi) difetti

Il Critico Interiore: la vocina con il dito puntato contro di te

Il Critico Interiore è un osso duro da combattere perché sa bene dove e come colpire. Ci fa apparire logici dei passaggi che in realtà non lo sono affatto.
Come quando ci dice: “Guarda come fa lui! Lui sì che è il top! Guarda come fa lei, guarda che fenomeno! Tu non se sei come loro!”
Questo tu non sei come loro diventa in un attimo “tu non vali come loro” che tradotto significa tu vali meno. Ed eccola, la nostra equivalenza matematica.

Il problema sta proprio lì, in quell’equivalenza che in realtà non c’è, è errata: “tu non sei” non significa “tu non vali”. 

E invece no, è sempre un meno, è sempre per un meno.

Il paragone disfunzionale è quello da cui usciamo per forza perdenti.

Il paragone tossico ci porta facilmente a contatto con le nostre fragilità ed è guidato dal Critico Interiore, quella parte di noi per cui non siamo mai abbastanza: non facciamo mai abbastanza bene le cose, non siamo mai abbastanza preparati, abbastanza magri, abbastanza bravi, abbastanza impegnati, eleganti, intelligenti, belli etc etc…
Insomma, non siamo mai abbastanza.
Il Critico Interiore, con il suo ditino puntato, ci dice che noi non andiamo bene.

Il paragone positivo: un confronto con il mondo esterno

Io, Silvia, non sono come Marco, Marika, Luca e Giovanna e questo è sotto gli occhi di tutti.
Ma per fortuna direi!
Immaginiamoci un modo dove tutti fossimo uguali: che palle, no?! (ho studiato a La  Sorbonne di Parigi, non ve l’ho mai detto ma ora l’avete scoperto).

Non siamo mai identici a qualcun altro, mai, ma qui sta il nostro valore.
Neppure i gemelli sono uguali tra di loro come carattere.

Il paragone sano è un confrontarmi con il mondo esterno, perché io non posso vivere da solo (nessuno di noi è un’isola) e da questo confronto trarne conseguenze utili per la mia crescita e miglioramento.
Ci stimola lo spirito competitivo che di per sé non è una cosa negativa.
Un paragone sano ti porta a crescere perché ti fa pensare “Ok se lei, o lui, ha fatto questa cosa qui… potrei provare anche io!”.

Il paragone positivo mi ispira, mi aiuta a crescere, a definirmi con maggior precisione. 

Posso notare che Anna è carismatica mentre io sono una persona empatica. Bene l’empatia è un mio punto di forza, però forse in effetti potrei migliorare la mia comunicatività.
Che cosa posso imparare da Anna?
Come la mia empatia può aiutarmi a comunicare meglio?
Anna quindi mi ISPIRA. Se il paragone con lei invece diventa un “Non sarò mai come Anna” mi STRONCA e io inizierò a non stare bene, a mio agio con Anna e con me stessa.

Non è un paragone che implica io più di te o io meno di te.
Semplicemente io ho questi aspetti. È sui miei che devo costruire, questi devo sfruttare.

Se lasciamo che gli altri ci ispirino senza voler essere come loro, potremo liberare energia e creatività ed essere pienamente noi stessi.

Siamo unici e questa è la nostra caratteristica più potente

In realtà se c’è una cosa che ci rende piccoli è pensare che l’altro sia migliore.
Questo ci porta fuori da noi, ci spersonalizza, non ci fa vivere i nostri talenti (e ne ho io come ne hai tu!), la nostra vita, le nostre soddisfazioni.
E tutto ciò solo per rincorrere quelle di altri.

Quello che io ho notato in tutti i miei percorsi di Coaching è che le persone che riuscivano a trovare il loro modo di fare le cose hanno svoltato (come ci racconta Ludovica, una mia allieva, in questa intervista  in cui ci racconta come è cambiata la sua vita grazie al lavoro su se stessa).
Ed è stato così anche per me: quando ho smesso di paragonarmi e ho trovato il mio stile nel fare le cose, la mia passione… ho svoltato!

La nostra è una realtà che ci propone dei modelli di standard altissimi, che ci influenzano negativamente. Dobbiamo prenderne atto, essere consapevoli che sono distorti, che non ci fanno bene.
Questo è già un passo importantissimo per uscire dal pantano del paragone tossico, zittire il Critico Interiore e iniziare ad alzare lo sguardo.

Alzare lo sguardo è il primo passo per imboccare una strada importantissima di cui parlerò nell’articolo che segue, ossia la via della propria felicità.


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