Sindrome dell’impostore: cause e rimedi

“Non mi sento abbastanza preparatə”

“Non sono ancora prontə per parlare del mio progetto”

“Prima o poi qualcuno si accorgerà che non sono adeguatə al mio ruolo”

“Quel mio collega è sempre un passo avanti a me, non sono minimamente alla sua altezza”

Hai mai sentito una di queste vocine nella tua mente? Ti è mai capito di sentirti indietro, senza la giusta preparazione, o di confrontarti con i tuoi colleghi o competitor e trovarti sempre “indietro”?

Se ti è successo anche tu soffri della cosiddetta “sindrome dell’impostore”, un fenomeno estremamente diffuso (a macchia d’olio!) tra i liberi professionisti e non solo. Di certo tocca da vicino chi, come me, ha scelto la missione della relazione d’aiuto, ma può manifestarsi in ognuno di noi, in diversi ambiti della vita e della professione. 

La sindrome dell’impostore è proprio impersonificata da quella vocina che dentro di noi ci sussurra di non essere abbastanza, di non meritare il successo o la stima che riceviamo, e che, se non affrontata, può diventare un ostacolo insormontabile sul nostro percorso di crescita.

Se stai leggendo queste righe e (ancora) non mi conosci bene, mi presento brevemente…

Mi chiamo Silvia Abrami, e sono un’antropologa, life coach e counselor. La mia esperienza nel campo della crescita personale parte dal 2002, quando, ancora studentessa delle superiori, ho intrapreso questo percorso di scoperta e sviluppo personale e professionale. Negli anni, ho frequentato numerose scuole e master, arricchendo il mio bagaglio di competenze e mettendo a punto un metodo tutto mio, frutto di un lungo e profondo lavoro su me stessa e sulla mia pratica professionale.

Ora torniamo al motivo per cui se qui: la sindrome dell’impostore!

Innanzitutto: cosa significa soffrire della sindrome dell’impostore?

La sindrome dell’impostore si manifesta come una persistente sensazione di inadeguatezza, impreparazione e, a volte senso di inferiorità, completamente slegata dai riscontri e dai feed back che riceviamo dal mondo esterno: anche una persona stimata o che riceve molti complimenti può sentire di essere un impostore! 

A quella vocina non interessa cosa sia la realtà, cosa dimostrino i fatti e cosa pensino gli altri di noi, per lei noi non siamo all’altezza, soprattutto lei sa che prima o poi verremo “smascherati” per l’impostore che crediamo di essere, nonostante le nostre competenze e i nostri successi. E questo capita perché i suoi standard di “adeguatezza” sono altissimi, talmente tanto che non potremmo mai raggiungerli!

Perché colpisce molti professionisti della relazione d’aiuto?

I professionistə del cambiamento come coach, terapeuti, psicologi, pedagogisti, naturopati… , spesso si trovano a fare i conti con questa sindrome. 

Si manifesta attraverso il dubbio costante sulle proprie capacità, il confronto incessante con i colleghi, e la paura che i propri clienti possano ottenere risultati migliori con altri professionistə. Questo può portare a un percorso continuo e quasi ossessivo di formazione e aggiornamento, nella speranza di placare quelle voci interne.

La mia personale esperienza da Impostore

Anche io, nel mio percorso, ho incontrato la sindrome dell’impostore, e ci ho lavorato a più riprese. Nonostante la mia formazione e la mia esperienza, ci sono stati momenti in cui ho dubitato delle mie capacità e ho temuto di non essere abbastanza per le persone che decidevano di affidarsi a me nel loro percorso di crescita. Ho affrontato il confronto con colleghi che ritenevo più capaci o più preparati, e ho sentito il peso della responsabilità dei risultati dei miei clienti. 

All’inizio della mia carriera da coach pensavo fosse normale: ero molto giovane, inesperta e circondata da colleghi che sembravano avere tutte le risposte in mano.

Poi, con il passare degli anni e l’aggiungersi di formazioni, ho notato che molte insicurezze erano ancora lì, e ho iniziato a capire che la soluzione non fosse nel continuare a formarmi all’infinito, ma nell’affrontare quei pensieri in modo diverso: dovevo cambiare prospettiva e trovare la vera radice del problema.

(NB: Non sto dicendo che formarsi non sia importante: sono certa, che se stai leggendo questo articolo, tieni moltissimo ad arricchire le tue competenze, quindi sicuramente non correrai il rischio di smettere improvvisamente di studiare solo perché hai letto un articolo 😆)

Cosa ho imparato cercando le vere cause del mio senso di inadeguatezza professionale? Che dietro la sindrome dell’impostore ci sono insicurezze e paure profondamente radicate che vanno esplorate e comprese per poter liberare il nostro pieno potenziale.

Anche perché, non so se è capitato anche a te, ad un certo punto mi resi conto che gli stessi pensieri a volte mi colpivano anche nella sfera personale: ogni tanto, quando ricevevo complimenti o pensavo di essere una bella persona, quella vocina tornava a farsi sentire “è solo perché non ti conoscono davvero… altrimenti di sicuro non gli piaceresti!”.

Le vere cause della sindrome dell’impostore

La sindrome dell’impostore, ha radici profonde nel rapporto che abbiamo con noi stessə e che abbiamo costruito negli anni a partire dalla nostra educazione.

Spesso, emerge da un insieme di convinzioni limitanti e da un’autopercezione distorta del nostro valore, unita ad una massiccia dose di perfezionismo (che setta standard irraggiungibili).

In particolare, nel contesto della relazione d’aiuto, la sindrome può essere alimentata da una serie di aspettative, sia interne che esterne, e da una pressione costante di dover essere sempre all’altezza, competenti e capaci di facilitare il cambiamento negli altri.

Oltre a questo, i professionisti del cambiamento tendono a farsi carico in toto dei risultati che i propri clienti ottengono (o non ottengono), sottraendo completamente dall’equazione la responsabilità e il potere del proprio cliente sulla propria vita e sulla propria trasformazione.

Nel mondo creato dalla sindrome dell’impostore noi siamo gli unici responsabili del cambiamento di chi si affida a noi: se lavoriamo bene e siamo all’altezza (cioè perfetti, ndr😉) il cliente potrà cambiare, altrimenti la nostra impreparazione lo porterà al fallimento.

Quanto conta l’insicurezza personale?

Credo che l’insicurezza sia un elemento chiave nella sindrome dell’impostore: quando non riusciamo a dare valore a noi stessə come persone, facciamo fatica a riconoscercelo come professionistə.

Il perfezionismo e il controllo ci tengono lontani da noi stessə e dal prenderci cura delle nostre fragilità: secondo le nostre parti critiche e rigide, non dovremmo neanche averle, le debolezze.

Loro ci vorrebbero “giustə”: impeccabili, sempre sul pezzo, tuttologi, sempre disponibili, mai stanchə… delle specie di robot imperturbabili.

E nell’incredibile (e molto disfunzionale) sforzo di aderire a questi standard, giudichiamo le nostre parti fragili, sensibili, le nostre ombre e tutto ciò che ci rende umanə e… noi stessə.

Indovinate un po’ cosa rende una persona centrata e sicura di sè?

Proprio l’accoglienza e l’accettazione delle proprie imperfezioni: un bravo professionistə non sa sempre tutto, non è sempre perfettə. Negli anni ho imparato che la nostra umanità ci rende intuitivə e in grado di capire meglio i nostri clienti; e che più mi prendo cura, riconosco e smetto di giudicare le mie fragilità, più mi sento forte, coraggiosa, centrata e in grado di fare bene il mio lavoro.

Ho capito che ciò che cercavo di eliminare da me stessa ero proprio io, erano le parti più vere e profonde di Silvia: da quando ho smesso di averne paura e ho iniziato a lavorare a modo mio, portando quella che sono nel mio lavoro, tutto è cambiato in meglio… e i risultati dei miei clienti (e anche i miei) sono esplosi.

Tu non stai salvando nessuno

Lo so, il titolo di questo paragrafo non è particolarmente simpatico, ma spero di riuscire a trasmetterti anche il suo potenziale liberatorio.

Infatti le aspettative e la pressione, sia da parte nostra che da parte dei clienti, possono alimentare ulteriormente la sindrome dell’impostore, nella relazione d’aiuto più che in altri ambiti lavorativi.

Quando ci poniamo come salvatori o come coloro che “fanno cambiare” il cliente, ci assumiamo una responsabilità che non ci appartiene veramente. È fondamentale chiarire che il merito del cambiamento appartiene al cliente, che il nostro ruolo è quello di facilitatori e che il “lavoro sporco” sarà comunque fatto da loro.

Non è facile, perché l’ego si nutre dell’idea che stiamo salvando il mondo una persona alla volta, ma vorrei che ti fosse chiaro che questa verità non toglie niente alla grandiosa qualità del tuo lavoro: facilitare il cambiamento è una missione meravigliosa e quando una persona si riappropria del proprio potere, in qualche modo illumina la propria sfera di influenza.

Per me stare accanto a questo piccolo miracolo è più che sufficiente: non ho bisogno di sentire che è merito mio, sono proprio felice che sia merito suo.

Ma il passaggio da “quando un cliente ottiene risultati nutre la mia autostima personale” a “sono consapevole che la mia responsabilità rispetto ai risultati dei miei clienti si ferma ad un certo punto” può avvenire solo quando ci siamo presi cura delle nostre insicurezze, e abbiamo imparato a nutrire la nostra autostima in altri modi (ben più funzionali).

Serve un grande (e per un po’ di tempo costante) lavoro su noi stessə per riuscirci: per questo ogni mio percorso professionale prevede almeno due mesi propedeutici di lavoro personale. Senza un rapporto equilibrato con te stessə, puoi studiare quando vuoi ma sentirai sempre un vuoto da qualche parte.

Riconoscere che il nostro valore e la nostra competenza non sono definiti dai risultati dei nostri clienti, trovare vie funzionali per sentirci persone di valore, comprendere che il nostro ruolo è quello di facilitare il loro percorso piuttosto che garantire un cambiamento, sono tutti passi fondamentali verso la liberazione da questo conflitto.

Quando ci liberiamo dalla pressione di dover “salvare” il cliente, possiamo realmente ascoltare, esplorare e facilitare il loro percorso con autenticità e rispetto per i loro tempi e resistenze: possiamo lasciare un cliente libero di prendersi i suoi tempi, di bloccarsi a volte, di avere dei momenti di crisi… possiamo lasciare andare pressioni e aspettative: riesci ad immaginare quanto sarà più bello e facile per un cliente affidarsi a te in queste condizioni?

Strategie e rimedi per affrontare e vincere la Sindrome dell’impostore

Ci sono due aspetti cruciali per liberarti della sindrome dell’impostore: il primo e fondamentale l’avrai ormai capito… lavorare su di te. 😄 

Gestire i sentimenti e i pensieri associati alla sindrome dell’impostore richiede un impegno costante e una pratica di consapevolezza. È fondamentale riconoscere e accettare le proprie insicurezze, confrontarsi con esse e costruire strategie che ci permettano di navigare attraverso di esse senza lasciarci sopraffare. 

Ci sono tantissimi modi per farlo, nella mia Scuola di Coaching “Professione Coach”, lo facciamo attraverso il mio metodo che racchiude tanti strumenti e approcci diversi: meditazioni, respiro, strategica, dialogo delle voci sono solo alcune delle frecce che abbiamo al nostro arco. E prima di sperimentarle professionalmente, le proviamo su noi stessə!

Il secondo tassello fondamentale è: abbi il coraggio di lavorare a modo tuo.

Sviluppare un proprio metodo e approccio (specialmente nella relazione d’aiuto) è un viaggio di scoperta e creazione. È un processo in cui integriamo le nostre competenze, la nostra esperienza e la nostra essenza in un modo di lavorare che sia autentico e in allineamento con chi siamo. 

Nel mio percorso, ho imparato che quando ci fidiamo del processo e ci liberiamo dalle catene dell’ego e della sindrome dell’impostore, possiamo veramente creare un impatto profondo e significativo nel lavoro con i nostri clienti.

E che trovare il nostro modo sia la più grande scoperta e creazione della nostra vita professionale: se dovessi scegliere una sola strategia per il successo di una professione, sarebbe certamente questo! ❤️

Conclusioni

La sindrome dell’impostore è un fenomeno pervasivo e insidioso che può influenzare profondamente il nostro approccio professionale e il nostro benessere personale. 

Riconoscere, affrontare e lavorare attivamente su di essa è fondamentale per sviluppare una pratica professionale autentica e sostenibile, in qualunque ambito lavorativo. 

La mia esperienza personale e professionale mi ha insegnato che, attraverso l’accettazione, la riflessione e il lavoro su di sé, possiamo navigare attraverso le acque turbolente di questa sindrome, trovando un equilibrio e una sicurezza interiore che ci permettono di accompagnare i nostri clienti con autenticità e competenza.

Il dialogo e la condivisione tra professionisti del settore sono essenziali per costruire una comunità solida e sostenere il nostro sviluppo professionale. Per questo ti invito a condividere le tue esperienze personali, riflessioni e pensieri riguardo alla sindrome dell’impostore nei commenti qui sotto. 

Creiamo insieme uno spazio di condivisione, apprendimento e supporto reciproco: e se invece di competitor diventassimo davvero colleghi che si supportano e ispirano a vicenda?

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