il perfezionismo rende infelici

Il perfezionismo: come essere perfettamente insoddisfatti

Ognuno di noi ha una bussola speciale fatta di talenti, intuizioni e fragilità che è in grado di farci imboccare la strada giusta e portarci a scelte e risultati pieni di soddisfazione.Meglio di Google Maps! Probabilmente, se stai leggendo questo articolo, starai pensando che la tua si è incappata o, peggio ancora, è proprio difettosa… Fidati, non è così, è solo tenuta ferma da tre potenti blocchi o, se vogliamo rimanere nell’esempio della bussola, da tre grossi campi magnetici che ne disturbano il segnale: il paragonela frettail perfezionismo Dei danni che fanno il paragonarsi agli altri e la fretta di vedere subito i risultati del proprio cambiamento ne parlo in altri tre articoli (il paragone ha bisogno del suo spazio e quindi gliene abbiano dato tanto…)Qui vorrei soffermarmi con te su quello che è un grandissimo nemico dei tuoi risultati e della tua crescita personale: il perfezionismo. L’insicurezza è la culla del perfezionismo Il perfezionismo lo conosco bene perché ha giocato un forte ruolo anche nella mia vita, limitandomi tantissimo.Sono stata una ragazzina molto insicura e insicurezza e perfezionismo sono ottimi amici, vanno in giro sempre a braccetto. Per gestire la propria insicurezza in genere si tende a dare il meglio di sé, a fare tutto, appunto, alla perfezione.Questo perché, sin dall’infanzia, ci è stato subito chiaro che se si prendevano buoni voti, il nostro comportamento era ineccepibile, eravamo responsabili, non disobbedivamo, non dicevamo bugie e men che meno parolacce (non sia mai!!!) andavamo bene, eravamo brave bambine e bravi bambini.Orgoglio insomma dei nostri cari. E chi non vorrebbe essere l’orgoglio di mamma e papà! Probabilmente un carattere, un’impronta un po’ insicura, ci porta già nei primi anni dell’infanzia a sposare l’equazione “se non faccio errori nessuno si arrabbia QUINDI tutti mi vorranno bene”.E così la spada di Damocle del perfezionismo è già bella posizionata sulla nostra testa! L’adolescenza magari ci avrà aiutato a rompere qualche schema ma a vent’anni, trenta o quaranta ci sarà ancora quella vocina che ci sussurra “devi fare le cose per bene, non devi deludere nessuno, tutti ti vorranno bene. E non avrai problemi”.E così tutto passa sempre per il setaccio del perfezionismo, che è a maglie fini fini fini e lascia passare pochissime cose.In altri termini, niente di noi passa mai il nostro terribile giudizio. Ci giudichiamo in modo spietato. Il perfezionismo è un sistema che porta anche a buoni risultati a prima vista ma ha costi altissimi e alla lunga non tiene.Si può arrivare, per esempio, ad avere un buon percorso di studi, o un buon lavoro, o una buona posizione o magari una bella casa, dipende da quali erano gli obiettivi, ma siamo sostanzialmente infelici. La sensazione che ci avvolge è quella di non essere mai abbastanza, di sentire un grande vuoto, insoddisfatti, come se ci fossimo persi, come se non sapessimo più dove dirigerci. Ti riconosci in questa descrizione? La prigione del perfezionismo Torniamo alla nostra bussola.Se siamo sempre proiettati fuori, impegnati a esaudire perfettamente le aspettative degli altri facendole nostre, come riuscirà a funzionare la nostra bussola interiore?Lei è dentro e noi siamo fuori.Lei ha bisogno di mettersi in contatto con noi e noi siamo indaffarati a piacere agli altri, a rientrare in canoni esterni. Non è rotta o malfunzionante, è abbandonata a se stessa povera bussola! Purtroppo nessuno ti potrà mai dire che cosa tu vuoi fare, chi vuoi diventare, come vuoi essere. Solo tu puoi farlo. Più ti allontani da te, meno dedichi tempo a capire quali siano i tuoi veri desideri, se quello che stai inseguendo è un tuo sogno o quello di un altro, più ti rinchiudi in una gabbia con le tue stesse mani. Ma c’è un’altra catena pesante con cui ti ferma il perfezionismo, ed è quella dell’immobilità.L’immobilità ha due aspetti: uno è quello del non muoversi perché non ci si sente mai all’altezza; l’altro è quello del non muoversi perché chissà poi cosa pensano gli altri. Ti dirò una cosa importante: non c’è una sola strada lavorativa giusta, ce ne sono almeno due o tre. Sì, hai letto bene, ci sono almeno due o tre strade che potresti imboccare e che ti renderebbero comunque felice. Non esiste una scelta definitiva che se non l’azzecchi… ahimè, tutto è perduto!Il perfezionismo ti chiude in una gabbia immutabile, fatta di scelte che devono essere continuamente confermate e se non lo sono significa che sino ad oggi hai sbagliato tutto e sprecato tempo inutile. Invece si può cambiare idea, lavoro, percorso. Si può fare perché la realtà non è immutabile. Noi non siamo immutabili: ieri eravamo diversi da oggi e domani saremo ancora diversi. Il cambiamento infatti è l’unica vera costante della nostra vita, che ci piaccia o no. E questo fatto può anche giocare a nostro vantaggio! Se fino ad ora hai fatto l’avvocato ma ti accorgi che non sei felice, che non è più una scelta che ti porta soddisfazione, significa che hai buttato via tempo e sbagliato percorso di studio e lavorativo? No.Significa solo che hai fatto delle scelte che oggi, con la persona che sei adesso, non sono più aderenti.E un po’ come dire che se la prima persona con cui esci non diventa il padre o la madre dei tuoi figli allora hai sbagliato qualcosa. Sarebbe assurdo vero? Non sto dicendo che al minimo segnale di disinteresse verso la propria attività (o altri ambiti) si getta via tutto e si rivoluziona il mondo. Le scelte vanno sempre ponderate!Ma non bisogna neppure fossilizzarsi nel “è giusto così, è un buon lavoro, è una buona situazione, lo pensano anche i miei, Tizio, Caio e Sempronio. Se cambio tutto poi chissà le conseguenze, cosa ne pensano, come mi giudicano quindi…”. Puoi cambiare. Non solo: puoi sbagliare. La felicità è imperfetta Anche io ho dovuto imparare ad essere perfettamente imperfetta.Mi sono concessa di fare degli errori. Abbassare, mitigare il perfezionismo è un’apertura alla felicità e alla realizzazione. Perché tutto quello che ti serve è già lì ma la tua voglia di fare tutto perfetto ti tiene lontano da te, dalla tua vera natura, dal tuo io profondo. Facendoti credere che è inadatto.E invece, credimi, è bellissimo. E quando smetti di boicottarti con il perfezionismo ecco che arrivano le proposte, le occasioni, le strade giuste (come ci racconta Francesca, una mia allieva, in questa testimonianza).Non è magia. Semplicemente tu hai le antenne ben sintonizzate su di te e su quello che fa per te invece che essere occupate a mantenere in piedi aspettative e posizioni che non sono più tue e forse non lo sono mai state. Le persone felici e realizzate sono quelle che hanno ceduto le armi all’imperfezione. Hanno smesso di combatterla, l’hanno accolta.Mentre, ti svelerò un segreto, quelle che appaiono sempre perfette spessissimo sono affaticate, stressate, per nulla felici e con un conto altissimo in fatto di salute fisica. La felicità sta anche nei conflitti vissuti fino in fondo, attraversati e oltrepassati.Andando oltre.Perché se è dannoso negarli dietro un eterno sorriso lo è altrettanto rimanere lì a rimuginarci su in eterno. Uscire dal perfezionismo Quindi rilassati, abbracciati e fai pace con le tue fragilità.È difficile, lo so ma proprio loro, le tue fragilità sono la tua risorsa. E tu sei l’alleato più forte su cui puoi contare.Per questo è importante entrare in contatto con se stessi, accogliersi, accettarsi. Non significa che tutto vada bene, che non si possa lavorare e limare aspetti del carattere che ci remano contro (i cosiddetti difetti ma non amo chiamarli così).Intendo dire che non dobbiamo guardarci con aria sempre critica o peggio con disprezzo. Combattere il perfezionismo non è semplice perché scardinare il perfetto controllo che impone genera sicuramente ansia.Eppure, come abbiamo appena visto, sono più i pro che guadagnerai che non i contro. Accettare di perdere il controllo è uno dei primi passi.Non possiamo controllare tutto. La realtà è grande, complessa e noi… siamo semplici, con due mani, due gambe, due occhi: non possiamo arrivare ovunque! È davvero irrealistico pensare di poter gestire ogni aspetto della vita; significa condannarsi a un fallimento già annunciato e quindi infilarsi in un tunnel di avvilimenti senza fine.Evitiamoci autogol così clamorosi e, di tanto in tanto, molliamo un po’ le redini.Accettiamo la nostra imperfezione perché è bella. Ripetiamocelo: è bella. È ciò che ci rende irripetibili e inconfondibili. Che noi la perfezione assoluta, fatta con lo stampino! La meravigliosa perla, con i suoi riflessi cangianti e preziosi è uno scarto dell’ostrica, un’imperfezione. E se è naturale non è perfettamente tonda…Scegli un punto di partenza e… parti. La perfezione spesso immobilizza. Finché non si è preparatissimi non si sostiene quell’esame. Finché non si è formati, pronti, capaci non ci si propone per quel lavoro etc etc…E così si perdono solo occasioni non solo di successo e di lavoro ma soprattutto di felicità. La rivoluzione inizia sempre da noi, da dentro.Smetti di boicottarti, di farti guerra, fai un passo diverso dal solito e vedrai che quella bussola ti porterà verso destinazioni che neppure osavi immaginare… Se senti che vorresti farti accompagnare in questo percorso, nel mio percorso “12 Settimane per Realizzarti” ti aiuto a superare questi blocchi una volta per tutte, a far crescere la tua autostima per trovare la tua strada e costruire una vita piena e davvero soddisfacente. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo “Il coraggio di essere te” se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!). Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo. Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti! Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
il cambiamento è un percorso

Il cambiamento: un percorso da fare senza fretta

Il cambiamento, che nasca dall’esigenza di uscire da una situazione dolorosa o dal voler dare una svolta alla propria vita, ha bisogno di mettere radici ben salde per non essere travolto subito o seccarsi dopo poco tempo.Questo però non ci deve scoraggiare perché ogni giorno che passa mentre puntiamo al nostro obiettivo, ci regala qualcosa di nuovo, qualche bocciolo inaspettato. Dopo aver affrontato il perfezionismo e l’insoddisfazione che genera il continuo paragonarsi agli altri è il turno del cambiamento e dell’impazienza con cui lo affrontiamo, l’ultimo grande ostacolo che ci allontana da un percorso di piena realizzazione e crescita personale. L’impazienza: un male occidentale L’impazienza è un male dell’occidente. Noi che con Amazon Prime siamo abituati a ricevere l’oggetto acquistato in poche ore, qualche giorno al massimo, dopo il click, nell’attesa proprio non sappiamo starci. Tutto è veloce, anzi, velocissimo. Se tutto è così accelerato perché il mio dolore, il mio disagio dovrebbe andare a passo di lumaca? Non sia mai! E si cercano scorciatoie o palliativi.Ma così facendo non solo ci si stacca dal nostro centro interiore ma ci si avvia pure verso grandi delusioni. Chi ha a che fare con la natura, con cui noi abbiamo davvero perso il contatto, sa che i tempi vanno rispettati e che la pazienza va allenata.Il contadino pianta il seme, lo copre, lo innaffia e attende. Non lo guarda tutti i giorni dicendogli “Wei piantina, quand’è che vieni su?” (con accento milanese possibilmente)No. Aspetta il suo tempo, quello del seme. Abbiamo inventato le serre per velocizzare ma più di tanto sul pedale dell’acceleratore non possiamo spingere, se vogliamo che quei frutti, quegli ortaggi abbiano sapore.Così è per la nostra crescita personale. La bellezza e la pace della Natura risiedono nella sua lentezza Come cambiare un’abitudine: il mito dei 21 giorni Stai male per una situazione creatasi che ti affligge o ti trovi in una condizione di stallo. Senti che vuoi uscirne, hai bisogno che qualcosa cambi. Subito!Quel “subito!” è la rovina di tanti percorsi. Si dice che per instaurare una nuova abitudine si impieghino 21 giorni.Questo numero così preciso nasce dal fatto che il nostro cervello ha bisogno di 21 giorni per creare un nuovo percorso neuronale di sinapsi (per “tracciare una nuova strada”).Ma questo non fa sì che la nuova abitudine sia stabile e definitiva.La stabilità sia raggiunge infatti con 120 giorni ossia 4 mesi di costanza.Perché quel nuovo percorso neuronale da sentiero diventi una strada consolidata e preferenziale ci vuole quindi un bel po’ di più che 21 giorni.Quello che avviene, quasi sempre, nei cammini di crescita personale, è un momento di sblocco anche dopo poche settimane e io l’ho osservato di frequente nei miei percorsi. Coincide effettivamente con la terza settimana ma per stabilizzare il risultato occorrono in genere almeno altri 3 mesi. Non c’è una strada diversa: il cambiamento ha i suoi tempi e se si mette fretta si perde quanto acquisito con tanta gioia, soddisfazione ma pure fatica! Ci impegniamo sempre tantissimo all’inizio, perché vogliamo che le cose migliorino, vogliamo uscire dallo stallo in cui siamo finiti e vogliamo accada in fretta ma poi non stabilizziamo quanto appreso, quanto abbiamo modificato.E, come nel cambio di regimi alimentari, si ha l’effetto yo-yo: prima stai bene poi stai di nuovo male. Una buona notizia: per stabilizzare il cambiamento non è necessario meditare per 4 mesi tutto il giorno Come cambiare una situazione: i giusti passi Stiamo male e cerchiamo soluzioni. Ma quali?L’atteggiamento più frequente è quello di provare la prima soluzione che ci capita a tiro, pur di toglierci dalla situazione scomoda.Ecco, questo, in realtà, è il miglior modo per ritrovarci, di lì a poco, di nuovo in difficoltà. Magari pure peggiori. Huston: abbiamo un problema L’errore in cui si incorre è quello di fuggire la condizione di dolore senza troppe domande.Per esempio: non stiamo bene nel luogo di lavoro, quindi ci licenziamo e ne cerchiamo un altro.  La cosa migliore da fare invece è lavorare su se stessi affinché, mentre si aspetta una buona occasione, noi possiamo stare meglio dove già siamo.Alzarsi ogni mattina e sentirsi male perché si deve varcare la soglia del proprio posto di lavoro non è esattamente un bel vivere… Se ci pensiamo, i motivi per cui stiamo male possono essere davvero tantissimi: Non ci piace quell’attivitàNon ci piace quel capo ufficioNon ci piacciono i colleghiNon ci piace il luogo fisico in cui lavoriamoNon ci sentiamo abbastanza competentiCi fanno mobbing e via discorrendo. Se ci si ferma al “non sto bene al lavoro quindi ne devo trovare un altro” si rischia di passare da uno all’altro e talvolta dalla padella alla brace. Dobbiamo trovare il vero problema alla base del malessere. Questo ci farà trovare la soluzione giusta.Magari sarà cercare un altro lavoro e cercarlo con tot caratteristiche. Magari sarà solo cambiare qualcosa in quello in cui si è già.Ma senza un accurato lavoro su di sé, sui propri bisogni, su ciò che davvero ci crea problemi, non lo sapremo mai.Se il problema è il capo ufficio, ad esempio, prima lavoro su di me per rafforzarmi e saperlo fronteggiare senza doverlo subire ogni volta come mi fosse passato sopra un tir.Poi magari cerco anche un altro lavoro o chiedo uno spostamento ma sono già capace di affrontare una situazione di stress simile qualora mi capitasse.Perché non sappiamo mai cosa ci riservi il nuovo: se le relazioni conflittuali sono il nostro Tallone di Achille, il vero problema, è su quelle che dobbiamo lavorare.  È come quando si è single o si esce da una relazione e invece che aspettare con calma che arrivi la persona giusta ci si impegna subito in una storia, la prima che arriva. Dopo un paio di anni le cose non vanno bene e ci si chiede “cavolo ma perché mi capitano solo persone così? Perché arrivano tutti (o tutte) a me?”Perché hai avuto fretta, non hai guardato cosa volevi veramente, non hai speso il tempo necessario per rafforzarti e capire in quale direzione e verso chi volevi andare. Il vero amore richiede tempo e consapevolezza Elaborare strategie per sostenere il cambiamento Una volta identificato con chiarezza qual è l’origine del problema, cos’è che ci dà veramente insoddisfazione e ci fa stare male, è ora di trovare la strategia per accompagnare il cambiamento. Tra i miei percorsi di Coaching ve n’è stato uno con un ragazzo che lavorava e studiava all’università con l’obiettivo di diventare assistente sociale. Si era bloccato sullo studio.Procedendo nel percorso quello che è emerso è che lui non voleva laurearsi in quel campo (il problema). Il non voler deludere gli affetti più cari, i valori familiari molto forti di un certo tipo, una famiglia un po’ old style, gli avevano impedito di vedere chiaramente cosa volesse fare e di accettarlo pienamente (contesto che rafforzava il problema). E quello che voleva fare, è emerso, era il consulente d’immagine. Quindi il lavoro ora si orientava in modo diverso: a sostenere un corso di formazione professionale, non uno universitario. La strategia era cercare un buon corso, che potesse essere seguito senza doversi trasferire, quindi in parte on line, con un tetto di costo massimo, sempre però conciliabile con il lavoro (perché era ciò che consentiva lo studio). Nel momento in cui ha fatto chiarezza su cosa volesse fare, il come ne è seguito (dove studiare, dove formarsi, etc etc…). Ha iniziato a muoversi in maniera consapevole e ora sta concludendo il suo percorso pur continuando a studiare. Le strategie, le strade giuste si vedono con chiarezza dopo che si è individuato cosa si vuole veramente, qual è il nocciolo della questione. Per cambiare occorre fermarsi Fermarsi quando non si sta bene è difficilissimo ma è nello stare che troviamo le risposte.Perché il dolore non è una cosa inutile.Quando soffri non riesci troppo a distrarti, senti molto forti le tue emozioni e di cosa hai realmente bisogno.Capisci cosa è importante, cosa non lo è, cosa ti manca veramente, cosa ti dà veramente fastidio…È il dolore che ti aiuta a crescere. Da quella via ci tocca passare.Stare spesso è veramente l’unica cosa da fare.Lavorandoci ovviamente, non stando lì impantanati e basta! Ovviamente non sto parlando di violenze fisiche o psicologiche: in questi casi non si deve stare neppure un secondo di più ma cercare aiuto. Qui siamo fuori da un cammino di cambiamento, qui siamo in una situazione di grave violenza. Ad esempio Angelina, un’altra mia allieva, dopo una separazione molto dolorosa si è completamente ricostruita, proprio passando attraverso la sofferenza e restando in contatto con se stessa: ce lo racconta qui. Non tutte le piogge vengono per nuocere. Ricordi di un viaggio in Nepal che mi ha cambiato la vita. Il mio consiglio è sempre quello di fermarsi e ascoltare quello che non va, dove sta il vero problema. E non farlo da soli ma lavorando con qualcuno.Poi cercare le giuste strategie. Nei miei percorsi io non aggiungo mai niente: tolgo.Perché quando si tolgono i blocchi, la confusione che ci distrae, che non ci fa vedere dove sta il nocciolo della questione, le cose fluiscono e le persone tirano fuori tutte le loro risorse, vedono le opportunità dove prima vedevano solo ostacoli. E fioriscono. Se il tema del blocco, dell’uscire da situazioni di malessere ti interessa particolarmente, scrivimi nei commenti o iscriviti alla newsletter qui sotto: sono pronta a risponderti!Su Facebook, se preferisci, è attivo il gruppo (gratuito) “Scegliti e realizzati: il coraggio di essere te.” Dentro ci confrontiamo su questi temi, e puoi trovare testimonianze bellissime di come le persone effettivamente trovino anche da sole la loro strategia una volta individuato l’obiettivo e la fonte del problema. Ci sono proposte di strumenti, sfide, meditazioni e live nuove ogni settimana. Se invece ami i percorsi un po’ più metodici, nella home page del sito, troverai alcuni corsi e percorsi specifici. Infine, se ami il silenzio e il relax, sul mio canale youtube Silvia Abrami – Coach, aperto, puoi trovare diverse meditazioni per allentare le tensioni e trovare equilibrio. Ti aspetto!
come smettere di paragonarsi agli altri

Smettere di paragonarsi agli altri: la via della felicità

Abbiamo visto nel precedente articolo quali danni a noi e ai nostri rapporti crea il paragonarsi agli altri in modo disfunzionale o tossico.E come questo nostro paragonarci assomigli ad un morbo che lentamente ci divora. Si può guarire da questa tendenza al paragone?Esiste una cura? Da dove si parte?Da un cambio di prospettiva, dall’accorgerci che: stiamo guardando un modello distorto della realtànon stiamo guardando noi stessi  È un lavoro quotidiano e certosino di rapporto con noi stessi, per renderci conto che abbiamo delle caratteristiche soltanto nostre che non c’entrano con le caratteristiche degli altri e… meno male!E, ti rivelerò un segreto, questa è anche la via della felicità. Le nostre fragilità sono importanti, quelle che chiamiamo imperfezioni, che non ci permettono di arrivare dove arrivano Marta, Luca, Giovanna. Perché molto probabilmente non è lì che dobbiamo arrivare.Perché molto probabilmente siamo destinati a un altro percorso ed è in quell’altro percorso la nostra felicità. Occorre capire qual è la nostra strada, ascoltarci e recuperare una dimensione nostra, dare valore a chi sei tu, a chi sono, in modo che gli altri divengano uno sprono a migliorarci ma NON la nostra meta.Le caratteristiche degli altri, i loro successi, non sono la nostra meta. Ho sempre scritto tanto, fin da bambina. Scrivere è un modo per stare con noi stessi e ascoltare quelle fragilità che di solito non vogliamo mostrare a nessuno. La nostra via per la felicità Come facciamo a trovare la nostra via?Mi spiace essere ripetitiva ma… osservandoci e ascoltandoci.Mi capita spesso di vedere che le persone non rispettino, per esempio i propri tempi, come se da qualche parte vi fosse il decalogo del tempo perfetto.Quando i nostri tempi non vengono presi in considerazione, non li prendiamo in considerazione, ci boicottiamo.  Magari stiamo vivendo situazioni difficili, siamo stanchi, ci sono tante cose che ci assorbono energie e che ci richiedono tempi differenti da quelli che ci siamo prefissati noi in base a… non si sa quale timer. Chi ci dice che dobbiamo essere tutti veloci e performanti entro tot minuti, ore, giorni?Dove sta scritto che se arriviamo in tot mesi ad un obiettivo abbiamo sbagliato?Dove è il timer della vita dove c’è scritto quali sono i parametri?Torniamo sempre lì: al paragone disfunzionale con una realtà a sua volta disfunzionale. Mi obietterai: tutto bello e giusto quello che dici, ma a me il capo, il cliente, il professore, la mia vita mi richiedono di andare più veloce! Può essere, anzi, è sicuramente così.Tuttavia una condizione che ti porta a sfibrarti, a lacerare ogni tuo filo nella rincorsa di un perfezionismo per te assurdo non farà altro che affossare la tua autostima e farti stare male sempre di più.Insomma: un girone infernale. Può darsi che la tua realtà vada ripensata, ristrutturata (attenzione: non sto dicendo butta tutto alle ortiche subito! Ripensare non è lanciare tutto fuori dalla finestra). Una vita ripensata è una vita più consapevole. Le seconde edizioni hanno sempre un grande fascino. Ripensare significa iniziare a dare lo spazio alla nostra unicità.Non si ottiene da un giorno all’altro, è un camminoCercare cosa ci piace, seguire il proprio richiamo.Iniziare a esser più rispettosi verso i propri tempi, scegliere cose, mansioni, luoghi, amicizie e situazioni più in linea con il nostro essere. Capita anche che davvero si cambi lavoro in corsa, a 35 anni e anche oltre.Perché quando ti ascolti, smetti di voler essere come tutti i tuoi colleghi, smetti di voler assecondare i desideri e le aspettative degli altri e inizi… a essere te stesso.A seguire la tua passione e fare le cose con il tuo marchio personale, la tua caratteristica.È allora che divieni davvero unico, affascinante, è allora che la gente ti ascolta perché sei genuino.Perché sei tu e non c’è niente di più irresistibile di una persona che è se stessa. Allora gli altri possono spingermi, sollecitarmi, divenire compagni di viaggio, un paragone positivo. Unici e irripetibili come il nostro posto nel mondo Trovare la nostra unicità è il miglior modo per essere felici e rendere il mondo un posto migliore.Perché quando mettiamo a frutto ciò che siamo e abbiamo, risplendiamo noi e facciamo fiorire cose belle attorno a noi. Guardati, studiati, cerca un contatto con te invece che sprecare tempo a osservare come sono e cosa sono gli altri per adeguarti a loro.In questo senso il confronto con gli altri può essere utile, perché ti mostra dove non sei uguale, dove sei differente dall’altro. Capisco meglio come sei, dove sta la tua unicità. Le persone più famose e importanti della storia sono persone che hanno spesso attraversato tempeste.  Erano diverse da tutti gli standard dell’epoca ma il loro vero punto di forza fu l’aver capito chi erano e dove risiedeva ciò che le rendeva uniche, differenti.E su quello hanno puntato!Non dobbiamo essere tutti geni o artisti sregolati, ci mancherebbe, ma dobbiamo cercare la nostra strada.Quello sì.Per essere felici e pienamente realizzati.C’è qualcosa che valga di più? Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo “Scegliti e Realizzati” se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!). Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo. Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti! Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
il paragone

Quel paragone che mina l’autostima e ci rende infelici

Il paragone: occasione di crescita o il miglior modo per abbattere la propria autostima, anzi, affossarla senza appello?Tra le modalità con cui conosciamo la realtà, la esploriamo sin dalla più tenera età, quella del paragone è una delle prima che sperimentiamo: ci aiuta a prendere le misure, a capire chi siamo, a muoverci nello spazio e negli affetti.A seconda di come viene utilizzato può essere quindi uno strumento di crescita oppure uno dei tre blocchi con cui si lega la propria autostima prima di lanciarla in mare.Degli altri due, il perfezionismo e la fretta di vedere subito i risultati del proprio cambiamento ne parlo in due separati articoli.Qui andiamo ad analizzare il paragone, nei suoi lati positivi e in quelli, terribili e temibili, negativi.E poiché si tratta di un meccanismo piuttosto subdolo lo faremo addirittura in due tempi! Perché ci paragoniamo agli altri? Paragonarci agli altri ci permette di capire meglio chi siamo. È una forma di orientamento, o meglio, sono criteri di riferimento per valutare qualcosa di noi.Di base quindi non è negativo.Il problema sorge quando il paragone assume la forma di giudizio e non in nostro favore. Quando il paragone con gli altri è tossico Quando il mio paragonarmi con l’altro mi porta fuori da me e mi proietta solo sulle qualità dell’altro, non ho scampo: questa abitudine diverrà come un morbo, qualcosa che scaverà lentamente dentro me. Guardiamo da vicino come funziona il meccanismo davvero subdolo del paragone tossico. Osservo l’altro e mi confronto. Non importa chi sia l’altro: può essere un amico, una sorella, un parente o chi ci pare a noi.Se in questo confronto io non tengo presente me in quanto tale, con tutte le mie caratteristiche ma mi considero solo sotto la lente di quegli aspetti che mi differenziano da quell’amico (o sorella, parente o Tizio-Caio) e che possiede solo lui o lei, finirò inevitabilmente per osservare solo gli aspetti positivi dell’altra persona (e fin qui tutto bene), in particolare quelli che io non ho (e già qui meno bene).E come conclusione non ne trarrò che siamo semplicemente diversi. No.Ne trarrò che io valgo meno, perché non ho quegli aspetti lì (e qui abbiamo il macigno!).Tutti gli altri miei pregi, virtù, capacità, che magari l’altra persona non possiede, passeranno in secondo piano. Anzi, non li terrò proprio in considerazione.Ne esco quindi con un profondo senso di frustrazione e sconfitta.Quando diamo spazio nella nostra vita a questo modo di rapportarci malato, ci facciamo del male e trasformiamo gli altri in nemici. Paragonarsi agli altri e perdere di vista se stessi Il paragone negativo è quello in cui io osservo di essere diversa da te e per questo sono meno di te (o più di te, ma capita assai meno di frequente!).Quindi il paragone è tossico quando guardo Marika e penso che lei abbia un fisico pazzesco mentre io ho un po’ di ciccia sui fianchi e questo diviene automaticamente un “Allora io non valgo quanto Marika”. O peggio, io non valgo nulla. Ma è tossico anche quando osservo che Eleonora parla davvero molto bene, in modo professionale, la si ascolta molto volentieri, è convincente, bravissima, e traggo la conclusione che: io non sarò mai come lei io non valgo niente Questo meccanismo che non ci permette di godere dei nostri talenti e ci porta sempre fuori da noi ha anche altre sfumature.Si attiva ogni volta che ottengo un buon risultato ma non lo festeggio: per esempio realizzo qualcosa di importante sul lavoro, un buon obiettivo, o negli studi, o nella gestione delle relazioni, magari anche con qualche avversità ma… …ma invece che gioire sento partire una vocina che mi dice: “Ah sì? Guarda che Tizio Caio, l’anno scorso ha fatto questa cosa nella metà del tempo”.Ecco, questa vocina ha un nome: ti presento il Critico Interiore, che sta sempre lì, con il suo ditino indice alzato, a dirti: “Hummmmm… potevamo fare di meglio qui, vero?”.Ti sembra di conoscerlo? Paragonarsi agli altri è come sentirsi sempre sotto i riflettori, con una luce che evidenzia i nostri (certamente numerosi) difetti Il Critico Interiore: la vocina con il dito puntato contro di te Il Critico Interiore è un osso duro da combattere perché sa bene dove e come colpire. Ci fa apparire logici dei passaggi che in realtà non lo sono affatto.Come quando ci dice: “Guarda come fa lui! Lui sì che è il top! Guarda come fa lei, guarda che fenomeno! Tu non se sei come loro!”Questo tu non sei come loro diventa in un attimo “tu non vali come loro” che tradotto significa tu vali meno. Ed eccola, la nostra equivalenza matematica. Il problema sta proprio lì, in quell’equivalenza che in realtà non c’è, è errata: “tu non sei” non significa “tu non vali”.  E invece no, è sempre un meno, è sempre per un meno. Il paragone disfunzionale è quello da cui usciamo per forza perdenti. Il paragone tossico ci porta facilmente a contatto con le nostre fragilità ed è guidato dal Critico Interiore, quella parte di noi per cui non siamo mai abbastanza: non facciamo mai abbastanza bene le cose, non siamo mai abbastanza preparati, abbastanza magri, abbastanza bravi, abbastanza impegnati, eleganti, intelligenti, belli etc etc…Insomma, non siamo mai abbastanza.Il Critico Interiore, con il suo ditino puntato, ci dice che noi non andiamo bene. Il paragone positivo: un confronto con il mondo esterno Io, Silvia, non sono come Marco, Marika, Luca e Giovanna e questo è sotto gli occhi di tutti.Ma per fortuna direi!Immaginiamoci un modo dove tutti fossimo uguali: che palle, no?! (ho studiato a La  Sorbonne di Parigi, non ve l’ho mai detto ma ora l’avete scoperto).Non siamo mai identici a qualcun altro, mai, ma qui sta il nostro valore.Neppure i gemelli sono uguali tra di loro come carattere. Il paragone sano è un confrontarmi con il mondo esterno, perché io non posso vivere da solo (nessuno di noi è un’isola) e da questo confronto trarne conseguenze utili per la mia crescita e miglioramento.Ci stimola lo spirito competitivo che di per sé non è una cosa negativa.Un paragone sano ti porta a crescere perché ti fa pensare “Ok se lei, o lui, ha fatto questa cosa qui… potrei provare anche io!”. Il paragone positivo mi ispira, mi aiuta a crescere, a definirmi con maggior precisione.  Posso notare che Anna è carismatica mentre io sono una persona empatica. Bene l’empatia è un mio punto di forza, però forse in effetti potrei migliorare la mia comunicatività.Che cosa posso imparare da Anna?Come la mia empatia può aiutarmi a comunicare meglio?Anna quindi mi ISPIRA. Se il paragone con lei invece diventa un “Non sarò mai come Anna” mi STRONCA e io inizierò a non stare bene, a mio agio con Anna e con me stessa. Non è un paragone che implica io più di te o io meno di te.Semplicemente io ho questi aspetti. È sui miei che devo costruire, questi devo sfruttare. Se lasciamo che gli altri ci ispirino senza voler essere come loro, potremo liberare energia e creatività ed essere pienamente noi stessi. Siamo unici e questa è la nostra caratteristica più potente In realtà se c’è una cosa che ci rende piccoli è pensare che l’altro sia migliore.Questo ci porta fuori da noi, ci spersonalizza, non ci fa vivere i nostri talenti (e ne ho io come ne hai tu!), la nostra vita, le nostre soddisfazioni.E tutto ciò solo per rincorrere quelle di altri. Quello che io ho notato in tutti i miei percorsi di Coaching è che le persone che riuscivano a trovare il loro modo di fare le cose hanno svoltato (come ci racconta Ludovica, una mia allieva, in questa intervista  in cui ci racconta come è cambiata la sua vita grazie al lavoro su se stessa).Ed è stato così anche per me: quando ho smesso di paragonarmi e ho trovato il mio stile nel fare le cose, la mia passione… ho svoltato! La nostra è una realtà che ci propone dei modelli di standard altissimi, che ci influenzano negativamente. Dobbiamo prenderne atto, essere consapevoli che sono distorti, che non ci fanno bene.Questo è già un passo importantissimo per uscire dal pantano del paragone tossico, zittire il Critico Interiore e iniziare ad alzare lo sguardo.Alzare lo sguardo è il primo passo per imboccare una strada importantissima di cui parlerò nell’articolo che segue, ossia la via della propria felicità. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo “Scegliti e Realizzati” se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!). Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo. Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti! Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
storie che ci sorreggono

TROVARE LA NOSTRA FORZA: STORIE CHE CI SORREGGONO

Da bambina mi raccontavano le storie dei miei nonni, di trisavoli o di parenti a volte pure più “antichi”.Piene di prove incredibili, difficoltà impensabili, superate con stratagemmi degni di un film.Erano storie appassionanti, amavo sentirle raccontare e attraverso le parole riviverle con occhi sgranati di stupore. Le storie ci piacciono, piacciono da sempre e l’umanità le racconta sin dal suo principio. Sono come una magia, ci affascinano, ci ispirano, ci danno forza. Alcune più di altre.Perché i racconti hanno un potere immenso, soprattutto quelli dei tuoi avi; una forza che si intesse nel tuo stesso dna.Costituiscono le nostre spalle, il motivo per cui, anche in periodi di difficoltà assoluta, possiamo farcela. In questi tempi di lockdown, di limitazioni forti è bello riascoltarle, riprenderle, immergervisi dentro.Abbiamo più tempo per farlo e può farci molto bene. Storie che guariscono, storie che rafforzano Ogni volta che qualcosa di esterno, che non dipende da noi, arriva a sconvolgere la nostra vita senza che noi possiamo far nulla per evitarlo, rendendola particolarmente difficile, l’impressione che abbiamo è quella di esser precipitati in un profondo buco nero fatto di incertezze. Ci sembra di non poter andare avanti, di non farcela, eppure abbiamo in noi la forza di chi ci ha preceduto in questi passi. Ti racconto io ora una storia, forse comune a tante altre, forse alla tua.Siediti, prenditi un po’ di tempo per leggerla.Mio padre è nato a Forlì, in Romagna, nel 1941. Era davvero piccino quando iniziarono a cadergli le bombe sulla testa, eppure è un ricordo che si è portato dietro, come quello degli infiniti traslochi.Mi raccontava che poco più che ragazzino giocava con i residui bellici: raccoglieva bossoli e la polvere da sparo che trovava nei campi e con questi creava di tutto in cantina tra le urla e i patemi di mia nonna.Povera nonna, dopo la guerra si è trovato un figlio che giocava con gli esplosivi in cantina… non ha avuto una vita facile. Anche se, a dirla tutta, era una donna di una forza inaudita: mio padre si ricorda ancora quanto lo inseguiva con la scopa in cortile! Mia madre invece è nata in Calabria e nel 1959,  a un anno e mezzo, si prese la poliomielite, una malattia gravissima ai tempi. La salvarono per un pelo, ma l’unico posto in cui poteva esser curata davvero era l’ospedale di Genova e lì la portarono, ma lì anche la dovettero anche lasciare per 9 lunghissimi mesi.Mia nonna – sua madre – era povera in canna con altri 4 figli a casa e 8 nel cuore (ebbe ben 13 gravidanze). Non sapeva come altro fare. Era l’unica in famiglia a poter lavorare.  Così mia madre, a poco meno di due anni, rimase sola in un ospedale lontanissimo da casa sua, dove parlavano una lingua con un’inflessione mai sentita prima per quasi un anno.E furono anche immigrati i miei nonni, dalla Calabria a Torino. In quei tempi così difficili e discriminatori si trasferirono in un luogo per loro veramente agli antipodi rispetto all’assolata Calabria, eppure mia nonna, analfabeta, riuscì a crescere quei 5 figli.Erano tempi duri. Più difficili di questi che stiamo attraversando ora. Siamo sulle spalle di giganti Questo dovrebbe farci stare meglio? Sapere che c’è gente che ha subito più di noi dovrebbe farci forza?Non esattamente. Non è questa la riflessione su cui vorrei portarti. Il mal comune mezzo gaudio non mi ha mai convinta molto… Penso invece che se le persone di cui portiamo la storia dentro, di cui abbiamo una parte anche da un punto di vista biologico, ce l’hanno fatta possiamo trovare anche noi la forza per riuscire.Perché siamo figli e figlie di una storia grande. Come esseri umani abbiamo le risorse per superare le difficoltà perché questa capacità ci scorre nelle vene.Nel nostro dna ci sono nonni che hanno visto la guerra e l’hanno superata, ci sono genitori che hanno vissuto immigrazioni e ce l’hanno fatta, ci sono altri bisnonni e avi che hanno vissuto altre cose, magari hanno fatto l’Unità d’Italia e chissà quante altre avventure.Sono giganti che ci sorreggono.Prova a pensare quante grandi storie ci sono nel tuo, nel nostro, dna.E siamo fatti di quelle storie, impastati di quelle storie.Nei miei percorsi di Coaching ho visto persone letteralmente rinascere guardando ai loro legami, prendendone l’energia.  Noi abbiamo quelle risorse, non permettiamo a noi stessi o a eventi esterni come i titoloni dei giornali che oggi ci spaventano, di avvilirci, di affossarci. Se guardo la mia storia, questo momento qui è meno difficile di quegli anni in cui a mio padre cadevano le bombe in testa o quando mia madre, piccina, rimaneva da sola per un lungo anno in un ospedale in cui non conosceva nessuno. Chissà quante altre storie più difficili ci sono di persone che vanno avanti e non hanno niente in più rispetto a noi: le nostre stesse risorse.Possiamo farcela. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo Scegliti e realizzati se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!).Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti.Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo.Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile.E iscriviti!Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
rabbia paura

Rabbia e paura: le emozioni ai tempi del covid

Rabbia e paura sono due emozioni – insieme all’altra grande protagonista, l’ansia – che spesso si affacciano nei miei percorsi di Coaching.Si presentano così di frequente perché sono umane, fanno parte della vita.Le proviamo tutti prima o poi: per fatti che accadono nel nostro quotidiano, cose difficili che ci capitano, che riguardano aspetti della nostra sfera personale. Quest’anno però c’è stato un evento inatteso che ha cambiato le carte in tavola non solo nella vita di qualche persona ma di un intero pianeta, generando ansia, paura e rabbia in modo piuttosto diffuso.Da marzo abbiamo dovuto fare i conti con una nuova parola, Coronavirus, e con tutte le sue conseguenze: sulla salute, sull’economia e non da ultimo sulle nostre abitudini.  Ma il covid, con i suoi bollettini medici, le routine da stravolgere, le prospettive da modificare ci sta mostrando molte verità. Rabbia e paura: due emozioni profondamente umane Davanti a questo improvviso cambio di scenario forse anche tu avrai provato smarrimento o paura. O magari rabbia.Ed è assolutamente normale. La paura è una compagna di strada antica, che ha permesso al genere umano di sopravvivere. E proprio per questo suo diritto di anzianità non si lascia ignorare tanto facilmente…Questa circostanza che ora viviamo ci porta peraltro in contatto con un tipo di paura molto profondo, che in genere rimane zitto e quieto, ben sommerso dall’infinita lista delle cose da fare che abbiamo tutti i giorni: quella di perdere la vita.Nostra o delle persone cui vogliamo bene. Ma se la guardiamo non come nemica, non con terrore, vediamo quale dono prezioso, quale valore davvero importante lei ci stia indicando.Ci mette davanti alla nostra fragilità, certamente, ma anche alle nostre scelte quotidiane. Ci dona maggiore consapevolezza, anzi, ce la richiede proprio a gran voce! Presi dal nostro fare, spesso andiamo avanti quasi con il pilota automatico inserito e ci troviamo a ridosso del weekend o delle vacanze stanchi, stressati e con una lista lunghissima di cose che avremmo voluto fare ma che sono ancora tutte lì, scritte belle in ordine sulla lista dei desideri.Quindi questa ansia, questa paura ci sta richiamando, in maniera magari un po’ rude, a porre davvero maggior attenzione a dove, come e con chi stiamo spendiamo il nostro tempo. L’incertezza del contesto in cui oggi ci troviamo a fare i conti, così complesso e difficile da comprendere, scatena spesso anche la rabbia perché in fondo in fondo è come se pensassimo: “io non me lo meritavo tutto questo e altri dovevano pensare a gestire questa situazione meglio, a comportarsi meglio”. Abbiamo la fastidiosa impressione di essere stati privati di un diritto o delle certezze per cui ci eravamo tanto impegnati. E questo ci fa sentire quasi traditi.Magari abbiamo anche ragione però, e so di darti una notizia davvero poco piacevole, questo non solo non ci aiuta ma non ci porta neppure da nessuna parte.Perché il senso di giustizia e l’avere ragione hanno creato più vittime che non vincitori e hanno portato poche persone in posti bellissimi. Nella migliore delle ipotesi rimangono sedute lì dove sono. Perché avere ragione non basta Come possiamo fare?Fermarsi nel lamento, soffocare nella paura, ribollire nella rabbia e magari dare voce a tutto ciò attraverso un post su Facebook non è la strada che ci permette di uscire da questa situazione di blocco.Il nostro potere comunicativo ha inoltre delle conseguenze, può influenzare altre persone. Quindi non stiamo facendo nulla di utile per noi e probabilmente è dannoso per altri. Affrontare le difficoltà un respiro alla volta A marzo, quando capii che non sarebbe stata una parentesi di qualche mese ma assai più lunga, anche io fui presa, per così dire, “in contropiede”. Mi chiesi: “E adesso?”.  La mia personale risposta fu quella oramai collaudata da tempo: il respiro (te ne parlerò tra poco), e il mio mantra di sempre, ossia “un passo alla volta”.E vi garantisco, respirazione circolare e mantra assieme, funzionano.Hanno funzionato in periodi difficilissimi per me, come nel 2014, quando mi sono sposata e l’anno successivo mi sono prima separata, poi ho affrontato 5 traslochi e nel frattempo anche il mio lavoro era andato in crisi (non puoi aiutare gli altri se tu non sai più da che parte girare te stessa!).Ero lontana da tutti gli affetti a me più cari, con tanti pezzi sparsi da ricostruire. Un disastro insomma!Credo che un periodo così tosto, magari con altri eventi e situazioni, sia capitato più o meno a tutti e io l’ho superato, appunto, “un passo alla volta”. Alcuni giorni, a onor del vero, anche “un’ora alla volta”…Un passo alla volta, un respiro alla volta. Come quando hai due remi, una barca, e devi arrivare dall’altra parte di un lago È il modo in cui le si affrontano che fa la differenza Ognuno ha le sue strategie. Vorrei però regalarti qualcosa che a me, e a tante altre persone, ha permesso di stare bene e superare periodi difficili come questo. Se provi rabbia… arrabbiati! E scrivilo in una lettera in cui dai il peggio di te. No, non sono impazzita, non ti sto proponendo pubbliche missive in cui inveire contro tutto e tutti ma delle potentissime  lettere di rabbia (e no, non vanno spedite!). La paura… non fuggirla. Sentila, accoglila attraverso la respirazione diaframmatica. Respirala. Forse sarà ancora più grande e ingombrante per qualche istante ma non disperare perché poi passerà. Medita, sul mio canale youtube Silvia Abrami – Coach trovi tante meditazioni a disposizione per te per superare momenti di blocco, di malessere emotivo o per rilassarti profondamente. Condividi. Durante il primo lockdown ho creato un gruppo su Facebook per provare ad affrontare assieme la quarantena con uno sguardo differente.A tanti mesi di distanza il gruppo è cresciuto moltissimo, si è arricchito di condivisioni, di esperienze, di scambi emozionanti. Oggi ha cambiato nome in Scegliti e realizzati: il coraggio di essere te.Ogni settimana c’è una sfida, una meditazione, una proposta guidata da me ma è proprio l’intervento delle tante persone meravigliose che ne fanno parte a renderlo così emozionante (sì lo so, vado orgogliosa di ognuna di loro e si sente!).Ci sono molti altre realtà e modi per non sentirsi soli e aprire lo sguardo, con cui scegliere di fare un pezzetto di strada assieme e scambiarsi vissuti. L’importante è che venga fatto in modo costruttivo. Che non sia solo lamento. Informati. Scegliere di stare nella realtà significa anche informarsi, sì, ma non con ossessione e personalmente sconsiglio di guardare la tv, perché purtroppo molti programmi invece di informare puntano sul sensazionalismo e provocano risposte emotive forti. Che, nella maggior parte dei casi, non ci servono e non ci aiutano neppure un po’. Un possibile cambiamento condiviso, insieme In realtà questa situazione è un’opportunità per me e per te.Per decidere come spendere meglio il nostro tempo (ricordi? La paura…), per passare dalla protesta fine a se stessa ad un’azione buona e consapevole.Quello che ci sta accadendo, in questo anno, ci accade come collettività. Non accade solo a me e te.C’è quindi un ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi assieme a te, ed è qualcosa che ci riguarda entrambi. Possiamo scegliere. Possiamo sempre farlo. Oltre alla decisione personale di come affrontare il momento di ansia o rabbia, di cui parlavo sopra, c’è anche una scelta più ampia. Comunitaria. Non si può controllare tutto, prendere le misure di ogni fila, il numero di quante persone hanno indossato correttamente la mascherina etc etc…E non ci è davvero utile inveire contro chi non la indossa bene o non mantiene le distanze come dovrebbe, perché quella di un controllo perfetto è pura utopia. Non è obiettivamente possibile attuarlo. Ma possiamo noi indossare la mascherina quando va indossata, possiamo noi mantenere la giusta distanza, restare umani, sorridere ed essere gentili con il prossimo. Possiamo noi per primi collaborare per far sì che le cose vadano nel modo sperato, impegnandoci in una solidarietà comportamentale diffusa.  Se non altro non avremo contribuito a diffondere un carico di ansia assurda e rabbia debordante.Con equilibrio, senza entrare in un’ansia da contatto o da eremitaggio! Cercare il giusto equilibrio, mantenere un atteggiamento corretto è una nostra responsabilità, ed il nostro potere in questa situazione. Una vera e propria scelta personale. Se siamo responsabili come singoli ci sentiremo parte di qualcosa di più grande che ci unisce come esseri umani.E questo è davvero bellissimo. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo Scegliti e realizzati se vorrai. Ogni mese\settimana dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!).Quel famoso angolo contro cui si urta il mignolo del piede (che ho scoperto si chiama “minolo”) e che mannaggia ci dà davvero un fastidio atroce! Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza (e urti!).Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo.Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.Qui di fianco trovi il box per iscriverti
essere mamma quel che non sai

Quando diventi mamma: quello che sai, che non sai e quello che non puoi neanche immaginare

“Stamattina mi sono svegliata e ho pensato che oggi è la mia prima festa della mamma. Ed è stato un attimo tornare con la mente ad un anno fa, quando il pancione era così grande che non riuscivo più ad allacciarmi le scarpe da sola e non vedevo l’ora che Gaia Luna nascesse.

Avevo una gran paura del parto, volevo smettere di assomigliare ad un pallone e volevo provare tutte quelle cose meravigliose che si provano quando metti al mondo un bambino.

La verità è che non avevo la più pallida idea di cosa sarebbe successo davvero a me, al mio cervello, al mio cuore e al mio tempo.

Ho sempre guardato mia mamma con curiosità, lei che se io e mia sorella le diciamo delle cattiverie in un momento di nervosismo ci rimane male per settimane. O che una notte, una primavera di 10 anni fa, alle 2 di notte ha preso la macchina, guidato per 90 km di curve per portarmi una medicina contro la cistite; perché io ero sola, in un paese di montagna in bassa stagione in cui la guardia medica più vicina era a 50 km e io non riuscivo a stare in piedi, figuriamoci a guidare.

Quella notte, dopo aver provato ogni genere di cosa per stare meglio, alla fine ho chiamato lei. Forse volevo solo sfogarmi, cercavo un conforto, mica speravo in una cosa così grande. E invece avrei dovuto saperlo, una mamma lo fa.

Era una follia. È arrivata sotto casa mia, mi ha lasciato la scatola, mi ha detto “non ti preoccupare e cerca di dormire”, è risalita in macchina ed è tornata a casa, che il giorno dopo lavorava.

Mi sono sempre chiesta come si faccia ad essere così generosi e amorevoli. E soprattutto pensavo che io non avrei mai fatto nulla di tutto questo. È contro la mia indole: cioè, sono una brava persona, però ho un certo amor proprio e spirito di autoconservazione costruito negli anni.

Poi è arrivata Gaia Luna. Che, diciamocelo, è una specie di santa. Certo, le notti insonni non mancano, ma è una bambina allegra, divertente, disponibile, affettuosa.

Nell’appartamento sotto di noi è nato un bambino qualche mese dopo di lei, che piange ininterrottamente notte e giorno. Disperato e a squarciagola. Sembra una sirena che annuncia l’apocalisse o qualche incombenza del genere.

Ogni volta che c’è silenzio in casa lo sento piangere e mi dico che io le capisco le mamme che buttano i bambini fuori dalla finestra. Credo che essere esposti ad una tortura del genere h 24, 7 giorni su 7, farebbe impazzire chiunque. E invece, pensate un po’, lei canta.”

Ho iniziato a scrivere quest’articolo un anno fa esatto e non sono mai riuscita a finirlo, perché lo pubblico così? Perché credo che questo sia il più grande esempio di come la mia vita sia cambiata dopo esser diventata mamma.

Il tempo è diventato il tesoro più prezioso insieme al riposo, che sembrano non bastare mai.

Ho realizzato cose incredibili e impensabili per me, soprattutto nell’ultimo anno, ma molte restano a metà, sospese il quel tempo-non-tempo della vita da mamma.

Si sono moltiplicati i conflitti interiori, che i dubbi e le paure di una volta al confronto oggi mi fanno sorridere.

Giusto ieri ho guardato una foto di 3 anni fa: il viso super disteso, zero occhiaie e la faccia di chi cammina leggera nella vita. Ho guardato con un po’ di invidia quella me spensierata, molto più insicura di quanto lo sia oggi ma che non sapeva quante cose sarebbero mancate e quanto quei momenti liberi sarebbero stati così preziosi un giorno.

Poi Gaia Luna mi guarda, vuole ballare. O ride perché fingo di farle il solletico. O piange disperata, io l’abbraccio e la pace l’avvolge. O dice una parola nuova. E io mi sento come travolta dalla forma più alta di commozione e orgoglio che io abbia mai provato.

Nulla prima mi aveva regalato emozioni così. Tutti sappiamo quanto sono belle le risate tintinnanti dei bambini, perché sanno di innocenza e di felicità totale, senza paure, totalmente irresponsabili. Ma non sono paragonabili alla risata della tua bambina.

Il mondo si ferma in un istante perfetto, come se tutto tornasse, come se tutto avesse un senso rotondo, pieno, completo.

Sono diventata grande con lei, perché quel tempo che scappa sempre via ti regala la verità: non ne hai più da perdere in progetti che non ti rappresentano al 100%, non hai più voglia di discutere per cose poco importanti, né di perdere occasioni perché hai paura di non farcela.

Ho partorito, ca**o (scusate il francesismo), e senza epidurale. Posso affrontare circa qualunque cosa. Ho allattato fino a 14 volte in una sola giornata, so cos’è la pazienza. Ho cullato per ore, so cos’è la cura. Ho costruito una nuova normalità, una nuova me.

Posso farcela, posso realizzare ciò che desidero.

Quando ci guardiamo negli occhi e capisco cosa vuole e vedo una parte di me nel suo sguardo e nelle sue espressioni, mi ricordo che ho partecipato a quella magia per cui in un solo corpo battono due cuori. Noi siamo state una, e abbiamo affrontato insieme tutto questo.

Essere madre è tutto un gran casino, pieno di luci, ombre, oscurità e splendore pieno. E volevo dirvelo.

Volevo dirvi che le molte certezze spariscono, che si passa in un istante da “è così che si fanno le cose” a “io ho fatto così, prova a vedere se funziona”, oppure (il mio preferito in assoluto) “oggi proviamo così, speriamo…”. Non sapere con certezza cosa fare mi ha regalato una sicurezza nuova: conoscere come io vorrei fare le cose. Scoprire il significato profondo dell’espressione “a modo mio”, che si è fatta così tanto spazio in me che oggi fa parte di tutta la mia vita.

Volevo che sapeste che stiamo tutte un po così: dubbiose, imperfette, innamorate, forti, grandiose.

E che le cose cambiano e i primi periodi, quelli più difficili passano.

Che non c’è nulla di male nel chiedere aiuto, anzi, è fondamentale imparare a farlo, non dovete fare tutto da sole.

Vorrei che foste fiere dei vostri passi perché li farete a modo vostro, con tutto l’amore che avete da dare e che basterà.

Voi bastate. Noi bastiamo.

E non siete sole.

Grazie a tutte le madri che ogni giorno condividono con me i loro passi e le loro sfide senza arrendersi mai.

Grazie a mia figlia perché mi spinge ad essere una donna migliore ogni giorno e mi ricorda l’importanza di fermarsi e giocare con il pongo.

Grazie a Jonathan, il mio compagno, perché cammina con me in questo viaggio incerto senza mai tirarsi indietro, scoprendo nuove forme d’amore, a volte stanco, a volte dubbioso, per lo più commosso, ma comunque insieme.

Grazie alla mia grande e unica mamma, perché mi ha sempre fatto sentire amata e importante e mi ha mostrato la madre che aspiro soltanto a diventare.

E se avete domande o condivisioni, io sono qui, non vedo l’ora di ascoltarvi!

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