pandemia e figli: la stanchezza (e l'esaurimento) delle mamme

Pandemia, figli e didattica a distanza: la stanchezza delle mamme

La pandemia ci ha sorprese a fine febbraio del 2020 e… siamo ancora in pieno effetto wow! O meglio: frastornate.Alzi la mano chi non si è sentita sopraffatta da tutte le “belle” novità che questo periodo ha lasciato che irrompessero nella nostra quotidianità.Quotidianità che, diciamocelo, era già abbastanza movimentata e difficile di suo. Abbiamo imparato a destreggiarci tra scuole e asili chiusi mentre il capo ci chiamava al lavoro (e senza ausilio dei nonni nella stragrande maggioranza dei casi) mentre la babysitter era un miraggio. O in smartworking in mezzo ai nostri pargoli, ceste di panni da lavare, casa da pulire e soprattutto lei, la terribile dad.Abbiamo anche imparato che l’acronimo, dad, non sta per Didattica a Distanza ma per Disperazione a Domicilio. Senza il conforto di un caffè con le amiche.Siamo state davvero in gamba. Partiamo da questo. MIA FIGLIA ANCHE CI FA I COMPLIMENTI 😉 Madri perfette: come rovinarsi la vita da sole Lo sappiamo bene, ce lo hanno ripetuto in molti che la perfezione non esiste ma la pubblicità che ci accompagna sin da bambine ci frega sempre: abbiamo una vocazione al perfezionismo. L’immagine patinata della mamma in grado di affrontare qualsiasi difficoltà, imprevisto, inondazioni e cavallette incluse, è falsa e distorta. E quella sì che provoca danni.La vita perfetta, senza intoppi e senza errori, non esiste e nessuno è in grado di renderla tale.Neppure Wonder Woman. Che di grane ne aveva pure lei e a qualcuna ha dovuto “darci su” (sì è davvero così, disegnato inchiostro su carta!). Se sei caduta in questa trappola del perfezionismo, della performance estrema e vivi sempre insoddisfatta dei tuoi risultati di madre e donna, sappi che sei in buona compagnia. E che magari può tornarti utile questa riflessione nata da tanti anni di lavoro con madri esattamente come te: il paragone che ci rende insoddisfatte. Mamme: sensi di colpa e stanchezza Le persone sono complesse: è una caratteristica dell’essere umano e noi, mamme, siamo esseri umani.Ci incartiamo proprio per questo motivo: è naturale – e bello! – che sia così.Succede anche a quelle sagge, quelle che sembrano avere o effettivamente hanno molte risposte, quelle che lavorano su di sé da una vita. Sappi che quando vedi realtà di case pulite, bambini felici, dad seguita senza battere ciglio e il tutto magari sorridendo… stai guardando un video sui social!Dove, per realizzarlo, è stata necessarie più di una prova e gli attori dietro le scene magari hanno litigato pure furiosamente. Io che cerco di fare una foto figa con il Sole negli occhi. la realtà dietro ogni foto figa 😉 Stendini stracolmi di panni in mezzo ai piedi, stampanti che non funzionano al momento opportuno, difficoltà a far terminare i compiti assegnati alla prole, frigo con l’eco, stanchezza abissale, litigi e malumori sono normali e ci sono in tutte le famiglie. Lo ripeto: sono normali, anzi, sarebbe sospetto il contrario. Prima di essere una mamma sei un essere umano: imperfetto, con momenti di sclero, in cui non ti senti all’altezza e altri in cui quello che penserai e farai riuscirà. E sarà il top.Quello che va bene oggi per i figli domani probabilmente dovrai cambiarlo tutto, perché avranno deciso che non gli va più a genio e ricominceranno compromessi, punti fermi etc etc… Nulla è stabile e definitivo. Nulla è sempre sorridente e lustro. Mamme: strategie di sopravvivenza? Come affrontare tutto questo con una pandemia che va ad aggiungere ulteriori complicazioni?Smettendo di volere essere una madre perfetta.Perché, diciamolo davvero a chiare lettere, la mamma perfetta è noiosa e crea ansie nei figli. Se tu fossi realmente perfetta i tuoi figli non avrebbero scampo, condannati a un paragone insuperabile. E non ti perdonerebbero mai per questo!Quindi va bene così come sei, fragilità incluse, anzi, soprattutto quelle. Non dobbiamo sopravvivere ma vivere, goderci tutto quello che la vita può offrirci, smettere di sentirci sempre fuori posto o mai abbastanza.Quando ero alle prese con le prime notti insonni di Gaia Luna (mia figlia), le difficoltà con l’allattamento, i difficili incastri tra casa, lavoro e famiglia (che non quadravano mai!) ho imparato una cosa importantissima.Che i modelli con cui mi paragonavo per misurare ciò che andava bene e ciò che invece faceva di me una mamma e donna un po’ poco performante erano tutti nella mia testa. O assorbiti da stimoli esterni. Ma di sicuro non universali e non definitivi.Finivo per stancarmi per correr dietro a idee e modelli in cui mi giudicavo e condannavo da sola. Non c’è alcun regolamento che dica come deve essere una casa e la famiglia che vi abita dentro.Non sei pessima perché in casa tua regna il casino (se vuoi sentirti meglio, vieni a fare un giro nella mia!). Ironia e leggerezza: due alleati contro la stanchezza e il perfezionismo L’ironia è davvero un’arma potente. Saper guardare alle cose con un occhio benevolo, vedere il lato surreale, assurdo di ciò che stiamo vivendo è la chiave di volta per non soccombere.Pensiamoci bene: in una serie su Netflix qual è la protagonista che amiamo di più, per cui proviamo simpatia?La donna perfettina che non sbaglia mai un colpo o quella che arranca, magari fa pure gaffes atroci, è sempre un po’ in bilico ma non si avvilisce? La prima ci sta un po’ lì alla fine, per la seconda invece tifiamo.Perché, magari inconsapevolmente, sappiamo che è lei quella davvero forte. E, aggiungo io, quella vera, reale. Ironizzare non significa non prendere nulla sul serio. Significa solo aggiungere un pizzico di leggerezza, guardare il lato non perfetto spesso comico di ciò che ci accade e di come riusciamo, in un modo o in un altro a superarlo. O ad abbracciarlo. La leggerezza, l’ironia, sono potenti antidoti ai problemi. Risolvono un bel po’ il loro “peso specifico”. Provare simpatia per noi stesse a volte è più importante che sentirci in gamba. Voglio diventarmi amica, sostegno, voglio riuscire a tifare per me, anche quando sbaglio. Mamme imperfette: vere meraviglie La leggerezza ci permette di capire che non possiamo avere sempre tutte le risposte corrette, anche quando i nostri figli ritengono che dovremmo averle.E possiamo anche dirglielo: non so tutto, non arrivo dappertutto, non sono in grado di risolvere qualsiasi problema. Ed è utile perché gli permette di iniziare a misurarsi con la frustrazione, una sensazione con cui prima o poi anche loro dovranno fare i conti. E soprattutto li libera: se noi possiamo non sapere tutto, anche loro possono. Sei noi possiamo essere imperfette, anche loro possono sbagliare. E imparare a sbagliare e uno degli insegnamenti più grandi che possiamo dare ai nostri figli. Crescere significa imparare a stare nelle frustrazioni, che non ci sarà mai un momento della vita in cui tutto filerà liscio e avremo tutte le risposte. Capiranno che essere perfetti non è né una virtù né un obiettivo.E ti garantisco che gli avremo insegnato una grandissima lezione. Questo non significa che non dovremo cercare risposte, metterci in discussione, attivarci per trovare soluzioni! Significa solo che non dobbiamo essere continuamente in gara con ideali insani. Mamme: amarsi per amare Per evitare che la stanchezza e il senso di fallimento o scoraggiamento ci assalga bisogna, di tanto in tanto, porsi una domanda: cosa è importante per me?Figlio o figlia a parte. Chiediti cosa conta per te, cosa ti realizza molto. Io amo la mia famiglia e il mio lavoro, sono una parte importante di me. Mia figlia e il mio compagno sono importanti ma lo sono anche io, io nelle mie passioni e interessi. Se mi prosciugo, tutto a cascata va male: il mio lavoro (che coincide molto con la mia passione), la mia figura di madre e quella di compagna.Perché se non mi reggo in piedi io crolla tutto attorno a me. Cercare di sacrificarmi per la causa della famiglia e della dad, vivendo in apnea in attesa che tutto passi e ritorni alla normalità è una pianificazione davvero fallimentare. Ma è una strategia, un percorso eccellente verso l’esaurimento nervoso. Inizia a prenderti spazi per te. Anche piccoli, un quarto d’ora alla volta.Programmali seriamente! Segnali sul calendario così che divengano ancor più visibili, reali, veri appuntamenti. Che sia nero su bianco il fatto che quei tali giorni a quella tale ora tu non ci sei per nessuno. Tranne che per te stessa. Se arrivasse il senso di colpa, ricordagli che stare bene ed essere carica ti renderà una madre migliore: prenderci dei momenti di sano egoismo è un atto di grande altruismo in realtà, una forma d’amore per la nostra famiglia, non solo per noi stesse. E quando senti che l’insoddisfazione e la stanchezza sono in agguato fatti nuovamente quella domanda: cosa mi piace realmente? Cosa sto facendo per me stessa? Mamma: sei perfetta così! Tiriamo un po’ di somme e appuntiamoci un paio di concetti importanti. Puoi anche scriverli su un post it e appenderli allo specchio in cui ti guardi ogni mattina! Ricordati che vai bene così, che non puoi essere perfetta perché non devi esserlo. Semplicemente devi rendere i tuoi standard più flessibili e smussare il tuo perfezionismo. Ti segno qui un altro link: eh sì, è un tema che mi sta molto a cuore!! “Perfezionismo: come essere perfettamente insoddisfatte” leggilo!! Prenditi cura di te. Il tempo per te stessa è fondamentale.Accartocciandoti in mille preoccupazioni e cose da fare perdi lucidità ed energia. Ritagliarti tempo per te è un ottimo investimento perché ti permette di riempire fino all’orlo il tuo serbatoio di energia, sia fisica che emotiva.Se è quasi vuoto o peggio stai pure raschiando il fondo come puoi essere veloce, propositiva, serena e positiva come desideri tu? La realtà è sotto i nostri occhi: nulla si muove senza energia. Diversamente avremmo risolto molti problemi nel mondo!! Se non vuoi farlo per te fallo per chi ami!Ma ricordati sempre che una madre che non si ama è una madre che farà fatica a godersi il suo rapporto con i figli, che siano uno, due o una squadra di calcio.Le persone che ami meritano il tuo amore. E tu per prima. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, se vorraiOppure sulla community Facebook “Il coraggio di essere te” o nella newsletter. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!).Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo.Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti! Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.

Autostima: le convinzioni errate e i segnali di cambiamento

Autostima. Se immaginiamo Google come un bibliotecario, possiamo pensare al libro Autostima come tra i più richiesti in assoluto, che lo costringa a fare avanti e indietro dagli scaffali al banco di consegna libri infinite volte al giorno per le richieste che riceve.Di sicuro è una parola che noi ripetiamo spesso. Che cerchiamo, ci auspichiamo, ne invochiamo la crescita o ne malediciamo l’assenza.Ma che cos’è in concreto? Definizione di autostima L’autostima è la stima, l’accettazione benevola che ho di me, proprio per come io sono, non legata a specifiche competenze o capacità ma indipendentemente dalle cose che faccio e dai risultati che raggiungo. Non coincide con un determinato modo di fare ed essere.Non coincide neppure con la tanto invocata sicurezza di sé.E tanto meno coincide con un giudizio su di sé e sulle proprie competenze.A proposito: attenzione a usare questa parola, giudizio! Il termine giudizio ci richiama sempre, in modo consapevole o meno, un voto. I tanti anni trascorsi sui banchi di scuola gli hanno dato un sapore di valutazione: bene, non bene.Facciamoci un favore: evitiamola. La definizione che ho dato adesso forse ti sembrerà un po’ confusa ma niente panico: la svelerò un passo alla volta e la capirai talmente bene che ne vedrai un suo riflesso (piccolo o grande che sia) in te. Autoefficacia e autostima Vediamo ora la carta d’identità dell’autostima, cerchiamo insieme i suoi aspetti particolari così da scorgerne i suoi semi in noi o almeno capire come piantarli per farla crescere. Dopo oltre diciotto anni di esplorazione della crescita personale e almeno una dozzina di anni di lavoro a tempo pieno nel settore del coaching posso dire con assoluta certezza che: una persona non passa dal non avere autostima all’averneuna persona senza autostima non è priva di talenti o capacità Partiamo dal primo punto. L’autostima non è un oggetto che si ha o non si ha ma è un processo di costruzione, di consapevolezza di sé.Stimare se stessi è una consapevolezza, una posizione, che può aumentare nel corso della nostra vita e certamente non è una cosa di cui siamo totalmente privi, a meno di patologie o gravi e seri traumi.  Una persona con una vita normale, nulla di eccezionalmente disastroso o fantastico, ha sicuramente degli ambiti della vita in cui si sente bene; realtà, azioni, ambienti dove si muove con maggior tranquillità e sicurezza. In altri termini, sa che in quelle situazioni è autoefficace (detto terra terra: se la cava).L’autoefficacia è il pensiero di sapere fare alcune determinate cose; è la stima che ho di me rispetto a quello che so fare, siano esse molte o pochissime. Fosse anche solo saper rifare bene e velocemente i letti alla mattina. C’è differenza con l’autostima. E grazie a questa differenza iniziamo a vedere i primi contorni per definire meglio l’autostima: non ha a che fare con competenze o azioni in cui riesco, perché qui saremmo nel campo dell’autoefficacia.Ha a che fare con la stima di me per come io sono nel mio complesso, indipendentemente dalle cose che faccio, dalle mie competenze, dai risultati che ottengo. Ripeti con me: indipendentemente dalle cose che faccio, dai risultati che ottengo e da quello he pensano gli altri. Convinzioni errate sull’autostima C’è un’idea fuorviante di ciò che caratterizza una persona con una buona autostima.Questa di sicuro non ha mai: pauramomenti di debolezza o di confusionefragilità ma è una persona che: sa sempre cosa vuole e le giuste risposteha le idee sempre molto chiareè centrata, piena di energia, volitivasa dove andare e perché Pensaci bene, abbiamo appena descritto Wonder Woman o Superman.Anzi, neppure loro, perché in realtà di dubbi gliene nascevano almeno un paio in ogni puntata. L’autostima non è l’invincibilità, la scelta ponderata e perfetta, la resistenza stoica ad oltranza, la certezza granitica. Anzi è proprio vero il contrario: le persone con una sana autostima hanno dubbi, paure, momenti di confusione e di insicurezza. Semplicemente accettano che tutto questo faccia parte di loro e non ne fanno una tragedia: hanno una fiducia di fondo, sanno che, prima o poi, ne verranno fuori. Le distorsioni cognitive: capacità che ci sono ma non le vediamo Passiamo ora al secondo punto, davvero molto importante e su cui spesso si cade in errore: il fatto di avere poca autostima non coincide con il non essere in gamba, con il non avere risorse.Non è affatto un’equazione perfetta. In realtà semplicemente non le vediamo, le oscuriamo, abbiamo messo il filtro “no” sulle nostre capacità, sui nostri pregi, sulle nostre competenze. Quindi non saltano mai agli occhi e non ci convincono. Hai presente i filtri di excel? O di un sito di ricerca on line.Se non metti la spunta su un’ipotetica voce “risorse, capacità, bravura, competenze” excel o il motore di ricerca non mostrerà quella voce lì.Quindi cosa rimane, cosa finirà per mostrarti? Le voci che hanno a che fare con le sfighe, il nulla, ciò che non ti riesce.Cioè tutto il resto che non è “risorse, capacità, bravura”.Pura logica. Magari i risultati che sarebbero saltati fuori con il flag su “risorse, capacità, bravura, competenze” sarebbero stati 1001 e quelli che risultano da incapacità solo 10 quindi, irrisori. Ma hai selezionato la seconda e vedendo solo quei 10… pensi sia il tutto. Che esistano solo quelli. È un modo un po’ cieco di guardare le cose non credi?È come fare il bilancio delle tue finanze senza metterci dentro le entrate: sono solo tutte uscite, perdite. Aiuto siamo in bancarotta! Se non guardi il quadro generale, le mosse che fai sembreranno sempre quelle sbagliate. I segnali dell’autostima Quando una persona inizia ad aumentare l’autostima inizia ad avere coraggio e pian piano a notare le proprie risorse.Qui inizia il vero cambiamento epocale. Sentire di avere delle risorse, riuscire a osservare i propri successi e la propria forza negli insuccessi; la capacità di rialzarsi e magari cambiare strada, prendere quella giusta o comunque tentare un’altra via, testimonia una presa di conoscenza del proprio valore.Testimonia che la scalata dell’autostima si è avviata. Le paure ci sono (non averne mai è da incoscienti), rimangono ma contemporaneamente si ha fiducia di poterle affrontare.Nei miei percorsi di coaching, individuali o di gruppo, uno dei primi segnali che noto di autostima in salita è proprio l’affiorare del coraggio e della fiducia.  Ecco un esempio davvero classico in cui mi imbatto spesso nelle persone che lavorano sull’autostima: non gli piace il lavoro che fanno ma non inviano cv, non cercano alternative, sono bloccate da mille paure. Paura di non essere accettate, rifiutate, che il nuovo lavoro sia peggio del precedente, troppo lontano, troppo vicino, troppo o troppo poco.I no in particolare sono scogli enormi, il solo ipotizzarli come risposta fa sì che l’azione di cambiamento, di ricerca del lavoro neanche si avvii. Il primo segnale che vedo di cambiamento, nell’esempio sopra riportato, è l’invio di un cv, la risposta a un annuncio. Una piccola azione. Una presa di coraggio insomma. Una persona che si rafforza avrà sempre più coraggio ad affrontare un no, a sbagliare, a prendere porte in faccia. Ci rimarrà male? Ma certo che sì! Io davanti a ogni ostacolo e crollo che ho incrociato non ho fatto i salti di gioia né ho mantenuto sempre un atteggiamento serafico e compassato!Anche io, come tanti, ho pianto talvolta (non hai idea di quante lacrime i miei occhi siano in grado di produrre!), magari mi sono anche concessa pure giorni di sconforto.Ma il risultato di un cammino come quello che ti ho appena descritto, in cui ci si rafforza pian piano è che dai momenti di stallo saprai uscirne fuori. Li incontrerai ma non rimarrai lì dentro.Dentro di te saprai che potrai venirne fuori, che troverai un modo, una qualche via per rimetterti in moto.E che non crollerà alcun muro sulla tua testa. Se l’autostima è un tema che ti interessa e vuoi sapere quali sono secondo me i due passi, i due tratti che ci si deve concedere per andare alla sua conquista ti invito a dedicare altri cinque minuti alla lettura di un articolo: come si costruisce l’autostima. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo Il coraggio di essere te se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!) attraverso la mia newsletter.Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti.Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo. Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti!Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
costruire l'autostima

La costruzione dell’autostima: i due passi della crescita

Quando chiedo: “Che cos’ è per te l’autostima? Che caratteristiche ha?” nove volte su dieci ricevo risposte che la rendono… impossibile da raggiungere.Sono definizioni, false convinzioni dalle gravi conseguenze perché ci portano all’immobilità. Se l’obiettivo è ritenuto superiore alle nostre forze, se pensiamo che in noi non ci siano né armi né capacità per raggiungerlo, chi ce lo fa fare di sprecare energie?Ricordiamoci sempre che il nostro cervello ragiona con il calcolo di efficienza ed efficacia, volto alla sopravvivenza. Se l’impegno richiesto non garantisce il risultato, se non vi è neppure il barlume… lui lascia giustamente stare! Nelle prossime righe sfaterò molti miti riguardo all’autostima e te la farò conoscere in un modo nuovo, per nulla scontato… una visione che ero costruito in 18 anni di lavoro su di me e con le persone che seguo nei percorsi: te la senti di scoprirla insieme?! 😉 L’autostima è un cammino non una dote Se pensi anche tu di essere senza speranze ti invito di cuore a leggere l’articolo Autostima: le convinzioni errate e i segnali di cambiamento.Scoprirai due cose:  l’autostima non coincide con il giudizio che si ha di sé e neppure con le cose che sappiamo farechi ha bassa autostima ha talenti e risorse. Sempre. La stima di sé si costruisce. Non appare o scompare per magia, non è un oggetto che si ha oppure no. Un trofeo.Si tratta di un cammino. Spesso in salita, come tutte le cose belle del resto. Quali sono gli elementi fondamentali di questo cammino? I super poteri dietro una vera autostima?Sono la flessibilità e la fragilità.Sono convinta che il segreto della vera forza di una persona stia soprattutto in questi due elementi, flessibilità e fragilità. Nulla che ci richiami superpoteri inarrivabili insomma. Ce la possiamo fare! Mettiti comodo. Ora inizia il bello. Autostima e flessibilità Se io sono forte e mi voglio bene mi dò la possibilità di cambiare idea. Mi dò la possibilità di pensare che il punto di vista degli altri possa essere sensato e rispettarlo pur senza condividerlo. Non solo. Posso ricevere una critica senza crollare in mille pezzi, senza prenderla sul personale, e senza mettermi sempre in discussione da capo a piedi. Perché riconosco che attorno a me ci sono altre persone con visioni differenti dalla mia.Questo è un pensiero che personalmente mi solleva tantissimo: se le persone sono diverse e hanno quindi pensieri, modi di ragionare diversi, cade subito il macigno del senso di colpa (sono io che non vado bene, non capisco, sono sbagliata…). Flessibilità è crescita, è capacità di imparare, di apprendere, di migliorarsi, è possibilità di scoperta. Se io penso che le uniche idee giuste siano le mie non uscirò mai dal mio micro cosmo. Non incontrerò mai nulla di nuovo.Come cresce il bambino? Stando sempre con i suoi 4 giocattoli in culla?No. Esplorando, guardandosi attorno, osservando per poi sperimentare. Se sto solo con le mie idee, in perfetta e granitica convinzione, sembrerò (apparentemente) una persona sicura ma in realtà si tratterà di rigidità, ben lontana dal concetto di autostima.E le cose rigide, come sappiamo, prima o poi si spezzano sotto pressioni forti.Mentre le flessibili possono piegarsi sotto carichi pesanti, forti raffiche di vento, ma poi tornano in piedi, come fa il legno di bambù, che sembra fragile e invece è difficilissimo da spezzare. Proprio perché sa piegarsi. Flessibilità è anche darsi la possibilità di sbagliare. Posso sbagliare e restare una persona in gamba, buona e brava (e anche qui profondo sospiro di sollievo!).  Ma potrei anche non sbagliare mai. Ci sono persone che ci danno questa sensazione vero?In realtà le persone di successo hanno provato tanti fallimenti e da ogni fallimento, anche doloroso, hanno tratto istruzioni per imboccare la successiva strada da percorrere. Questo lo sappiamo bene eppure tendiamo a dimenticarcelo. Siamo campionesse e campioni mondiali in auto sabotaggio! Se nella vita vuoi avere successo e sentirti sicuro, impara a sbagliare. Sbaglia alla grande.E dopo averlo fatto una volta, sbaglia ancora meglio(Silvia Abrami) Vivere senza scossoni, senza errori non credo sia davvero possibile.Vorrei farti riflettere su chi ti sembra viva tranquillo e beato senza compiere grandi errori e dare troppo nell’occhio.Pensaci bene… sicuramente ti verrà in mente una persona che conosci con queste caratteristiche. Ora ti lancio una sfida: da dove nasce quel non commettere mai errori? È assai probabile che, guardandoci di fino, il non errare sia frutto del non azzardare mai nulla, non fare mai nulla di nuovo. Niente passi fuori dal cammino conosciuto. Continuare a camminare su una strada che magari non ci piace ma dove nessuno ci critica (e non rischiamo niente) sembra rassicurante.In realtà stiamo correndo un rischio enorme, quello di buttare via la nostra vita. Se c’è una cosa che questi ultimi tempi di Covid ci ha insegnato è proprio che le cose possono cambiare da un momento all’altro, stravolgersi e i punti di riferimento, la quotidianità tanto rasserenante e conosciuta, non esserci più. Autostima e fragilità La fragilità è l’altro ingrediente dell’autostima e sembra davvero un controsenso! Una persona sicura di sé sa stare con le proprie ferite, con il suo dolore, con le sue mancanze.Non fa confusione per non sentirle, non si distrae per non vederle. Non le nasconde, non le ignora.Ci sta dentro, si permette di ascoltarle.Non pretende che gli altri capiscano il suo malessere o i suoi punti fragili perché, in caso contrario, significa che non le vogliono bene o non sono attenti alla sua persona. Se ne prende cura per prima e se c’è bisogno cerca chi può aiutarla in questo, chi ha strumenti e competenze per farlo. O chiede anche solo una spalla su cui piangere, ma la chiede, non la pretende. Prendersi cura esattamente di cosa?Delle parti deboli, di quei “bambini feriti” che vivono dentro la nostra anima.Sono ricordi, emozioni, sentimenti che da piccoli forse non sono stati abbastanza visti, considerati e sono rimasti lì, piccini. Non sono cresciuti e chiedono. Soffrono.Ricordiamoci sempre che quello che per un adulto può sembrare lieve, magari anche insignificante, per un bimbo può essere una tragedia. Essere vissuto e sentito con dolore.Se non ricuciti, gli strappi e i dolori di quell’epoca lontana ci rimangono dentro e gridano, piangono. Prendersi cura da adulti di quelle ferite, delle nostre parti fragili è un grande segno di maturità e autostima, perché quando sai di avere delle debolezze, le accogli e le affronti… è lì che sei forte. Quando sei stanco e ti fermi per riposare, senza tirare fino a morire è lì che sei saggio e dai prova di forza e autostima. Fermarsi. Rallentare. AbbracciarSI. AmarSI. L’autostima non è un cammino solitario Nei miei gruppi di lavoro, che sono piccoli, 4 o 5 persone al massimo, noto che i partecipanti finiscono per stimarsi moltissimo tra di loro. È interessante per me vedere ogni volta la stessa dinamica: come le persone siano disposte a vedere in modo chiaro e preciso i passi in avanti fatti dagli altri, a confermarglieli e sottolinearglieli ma come non riescano a vedere altrettanto di se stesse. Non vedono le proprie risorse e i passi compiuti. Per questo credo che i legami sani, i gruppi di lavoro siano davvero potenti.Aprono molte porte interiori perché svelano il nostro meccanismo di cecità attraverso la cecità che l’altro ha di sé e che noi osserviamo.Noi vediamo chiaramente tutto dei suoi passi, mentre lui non vede quasi nulla di sé. E questa strana meccanica la sperimentiamo nel gruppo, la vediamo accadere proprio sotto i nostri occhi.Il gruppo funge da supporto e motivazione, è uno degli strumenti di cambiamento. Gli altri quali sono? Nei miei percorsi sono le azioni.Non possiamo fermarci solo a riflessioni e analisi (che sono importantissime!), occorrono passi concreti (anche piccolissimi!) e devono divenire quotidiani. E strumenti da tirare fuori al momento del bisogno, per diventare autonomi. Si lavora anche su come alleggerirsi da zaini inutili, creare un centro di equilibrio interiore (senza il ping pong di ma-se-forse che non ti fa muovere).  Poi si lavora sulla fiducia non solo in noi stessi ma anche su ciò che c’è attorno a noi.Controllare tutto non è possibile. Fare scelte super ponderate è una palude in cui spesso ci infiliamo e che ha come risultato l’immobilità: nella ricerca della scelta migliore e perfetta finiamo che non scegliamo nulla o quasi.Il perfezionismo, di cui ho parlato in uno specifico articolo e in video sul mio canale YouTube Silvia Abrami – Coach è un flagello per noi! Se non ti senti pronto a un percorso ma vuoi comunque iniziare un passo, ti invito a entrare nel gruppo gratuito di Facebook Scegliti e Realizzati: troverai molte altre persone, proveniente dalle più disparate esperienze, che si raccontano, propongono, chiedono e scherzano sulle loro paure, sul loro percorso, sui loro cambiamenti. Ogni settimana io propongo sfide, meditazioni, temi particolari, guidati da me.Ognuno è libero di aderirvi o meno, di partecipare, commentare oppure no. Senza alcun problema o legame.È un luogo di rispetto reciproco, per questo chiedo di rispondere a poche brevi domande prima di acconsentirne l’accesso.Si cresce solo dove ci si sente accolti e non giudicati a priori! Ti aspetto come sempre qui, nei commenti. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!) attraverso la mia newsletter.Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo.Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti!Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
il paragone

Quel paragone che mina l’autostima e ci rende infelici

Il paragone: occasione di crescita o il miglior modo per abbattere la propria autostima, anzi, affossarla senza appello?Tra le modalità con cui conosciamo la realtà, la esploriamo sin dalla più tenera età, quella del paragone è una delle prima che sperimentiamo: ci aiuta a prendere le misure, a capire chi siamo, a muoverci nello spazio e negli affetti.A seconda di come viene utilizzato può essere quindi uno strumento di crescita oppure uno dei tre blocchi con cui si lega la propria autostima prima di lanciarla in mare.Degli altri due, il perfezionismo e la fretta di vedere subito i risultati del proprio cambiamento ne parlo in due separati articoli.Qui andiamo ad analizzare il paragone, nei suoi lati positivi e in quelli, terribili e temibili, negativi.E poiché si tratta di un meccanismo piuttosto subdolo lo faremo addirittura in due tempi! Perché ci paragoniamo agli altri? Paragonarci agli altri ci permette di capire meglio chi siamo. È una forma di orientamento, o meglio, sono criteri di riferimento per valutare qualcosa di noi.Di base quindi non è negativo.Il problema sorge quando il paragone assume la forma di giudizio e non in nostro favore. Quando il paragone con gli altri è tossico Quando il mio paragonarmi con l’altro mi porta fuori da me e mi proietta solo sulle qualità dell’altro, non ho scampo: questa abitudine diverrà come un morbo, qualcosa che scaverà lentamente dentro me. Guardiamo da vicino come funziona il meccanismo davvero subdolo del paragone tossico. Osservo l’altro e mi confronto. Non importa chi sia l’altro: può essere un amico, una sorella, un parente o chi ci pare a noi.Se in questo confronto io non tengo presente me in quanto tale, con tutte le mie caratteristiche ma mi considero solo sotto la lente di quegli aspetti che mi differenziano da quell’amico (o sorella, parente o Tizio-Caio) e che possiede solo lui o lei, finirò inevitabilmente per osservare solo gli aspetti positivi dell’altra persona (e fin qui tutto bene), in particolare quelli che io non ho (e già qui meno bene).E come conclusione non ne trarrò che siamo semplicemente diversi. No.Ne trarrò che io valgo meno, perché non ho quegli aspetti lì (e qui abbiamo il macigno!).Tutti gli altri miei pregi, virtù, capacità, che magari l’altra persona non possiede, passeranno in secondo piano. Anzi, non li terrò proprio in considerazione.Ne esco quindi con un profondo senso di frustrazione e sconfitta.Quando diamo spazio nella nostra vita a questo modo di rapportarci malato, ci facciamo del male e trasformiamo gli altri in nemici. Paragonarsi agli altri e perdere di vista se stessi Il paragone negativo è quello in cui io osservo di essere diversa da te e per questo sono meno di te (o più di te, ma capita assai meno di frequente!).Quindi il paragone è tossico quando guardo Marika e penso che lei abbia un fisico pazzesco mentre io ho un po’ di ciccia sui fianchi e questo diviene automaticamente un “Allora io non valgo quanto Marika”. O peggio, io non valgo nulla. Ma è tossico anche quando osservo che Eleonora parla davvero molto bene, in modo professionale, la si ascolta molto volentieri, è convincente, bravissima, e traggo la conclusione che: io non sarò mai come lei io non valgo niente Questo meccanismo che non ci permette di godere dei nostri talenti e ci porta sempre fuori da noi ha anche altre sfumature.Si attiva ogni volta che ottengo un buon risultato ma non lo festeggio: per esempio realizzo qualcosa di importante sul lavoro, un buon obiettivo, o negli studi, o nella gestione delle relazioni, magari anche con qualche avversità ma… …ma invece che gioire sento partire una vocina che mi dice: “Ah sì? Guarda che Tizio Caio, l’anno scorso ha fatto questa cosa nella metà del tempo”.Ecco, questa vocina ha un nome: ti presento il Critico Interiore, che sta sempre lì, con il suo ditino indice alzato, a dirti: “Hummmmm… potevamo fare di meglio qui, vero?”.Ti sembra di conoscerlo? Paragonarsi agli altri è come sentirsi sempre sotto i riflettori, con una luce che evidenzia i nostri (certamente numerosi) difetti Il Critico Interiore: la vocina con il dito puntato contro di te Il Critico Interiore è un osso duro da combattere perché sa bene dove e come colpire. Ci fa apparire logici dei passaggi che in realtà non lo sono affatto.Come quando ci dice: “Guarda come fa lui! Lui sì che è il top! Guarda come fa lei, guarda che fenomeno! Tu non se sei come loro!”Questo tu non sei come loro diventa in un attimo “tu non vali come loro” che tradotto significa tu vali meno. Ed eccola, la nostra equivalenza matematica. Il problema sta proprio lì, in quell’equivalenza che in realtà non c’è, è errata: “tu non sei” non significa “tu non vali”.  E invece no, è sempre un meno, è sempre per un meno. Il paragone disfunzionale è quello da cui usciamo per forza perdenti. Il paragone tossico ci porta facilmente a contatto con le nostre fragilità ed è guidato dal Critico Interiore, quella parte di noi per cui non siamo mai abbastanza: non facciamo mai abbastanza bene le cose, non siamo mai abbastanza preparati, abbastanza magri, abbastanza bravi, abbastanza impegnati, eleganti, intelligenti, belli etc etc…Insomma, non siamo mai abbastanza.Il Critico Interiore, con il suo ditino puntato, ci dice che noi non andiamo bene. Il paragone positivo: un confronto con il mondo esterno Io, Silvia, non sono come Marco, Marika, Luca e Giovanna e questo è sotto gli occhi di tutti.Ma per fortuna direi!Immaginiamoci un modo dove tutti fossimo uguali: che palle, no?! (ho studiato a La  Sorbonne di Parigi, non ve l’ho mai detto ma ora l’avete scoperto).Non siamo mai identici a qualcun altro, mai, ma qui sta il nostro valore.Neppure i gemelli sono uguali tra di loro come carattere. Il paragone sano è un confrontarmi con il mondo esterno, perché io non posso vivere da solo (nessuno di noi è un’isola) e da questo confronto trarne conseguenze utili per la mia crescita e miglioramento.Ci stimola lo spirito competitivo che di per sé non è una cosa negativa.Un paragone sano ti porta a crescere perché ti fa pensare “Ok se lei, o lui, ha fatto questa cosa qui… potrei provare anche io!”. Il paragone positivo mi ispira, mi aiuta a crescere, a definirmi con maggior precisione.  Posso notare che Anna è carismatica mentre io sono una persona empatica. Bene l’empatia è un mio punto di forza, però forse in effetti potrei migliorare la mia comunicatività.Che cosa posso imparare da Anna?Come la mia empatia può aiutarmi a comunicare meglio?Anna quindi mi ISPIRA. Se il paragone con lei invece diventa un “Non sarò mai come Anna” mi STRONCA e io inizierò a non stare bene, a mio agio con Anna e con me stessa. Non è un paragone che implica io più di te o io meno di te.Semplicemente io ho questi aspetti. È sui miei che devo costruire, questi devo sfruttare. Se lasciamo che gli altri ci ispirino senza voler essere come loro, potremo liberare energia e creatività ed essere pienamente noi stessi. Siamo unici e questa è la nostra caratteristica più potente In realtà se c’è una cosa che ci rende piccoli è pensare che l’altro sia migliore.Questo ci porta fuori da noi, ci spersonalizza, non ci fa vivere i nostri talenti (e ne ho io come ne hai tu!), la nostra vita, le nostre soddisfazioni.E tutto ciò solo per rincorrere quelle di altri. Quello che io ho notato in tutti i miei percorsi di Coaching è che le persone che riuscivano a trovare il loro modo di fare le cose hanno svoltato (come ci racconta Ludovica, una mia allieva, in questa intervista  in cui ci racconta come è cambiata la sua vita grazie al lavoro su se stessa).Ed è stato così anche per me: quando ho smesso di paragonarmi e ho trovato il mio stile nel fare le cose, la mia passione… ho svoltato! La nostra è una realtà che ci propone dei modelli di standard altissimi, che ci influenzano negativamente. Dobbiamo prenderne atto, essere consapevoli che sono distorti, che non ci fanno bene.Questo è già un passo importantissimo per uscire dal pantano del paragone tossico, zittire il Critico Interiore e iniziare ad alzare lo sguardo.Alzare lo sguardo è il primo passo per imboccare una strada importantissima di cui parlerò nell’articolo che segue, ossia la via della propria felicità. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo “Scegliti e Realizzati” se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!). Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo. Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti! Nessuno spam prometto, lo detesto quanto te.
il perfezionismo rende infelici

Il perfezionismo: come essere perfettamente insoddisfatti

Ognuno di noi ha una bussola speciale fatta di talenti, intuizioni e fragilità che è in grado di farci imboccare la strada giusta e portarci a scelte e risultati pieni di soddisfazione.Meglio di Google Maps! Probabilmente, se stai leggendo questo articolo, starai pensando che la tua si è incappata o, peggio ancora, è proprio difettosa… Fidati, non è così, è solo tenuta ferma da tre potenti blocchi o, se vogliamo rimanere nell’esempio della bussola, da tre grossi campi magnetici che ne disturbano il segnale: il paragonela frettail perfezionismo Dei danni che fanno il paragonarsi agli altri e la fretta di vedere subito i risultati del proprio cambiamento ne parlo in altri tre articoli (il paragone ha bisogno del suo spazio e quindi gliene abbiano dato tanto…)Qui vorrei soffermarmi con te su quello che è un grandissimo nemico dei tuoi risultati e della tua crescita personale: il perfezionismo. L’insicurezza è la culla del perfezionismo Il perfezionismo lo conosco bene perché ha giocato un forte ruolo anche nella mia vita, limitandomi tantissimo.Sono stata una ragazzina molto insicura e insicurezza e perfezionismo sono ottimi amici, vanno in giro sempre a braccetto. Per gestire la propria insicurezza in genere si tende a dare il meglio di sé, a fare tutto, appunto, alla perfezione.Questo perché, sin dall’infanzia, ci è stato subito chiaro che se si prendevano buoni voti, il nostro comportamento era ineccepibile, eravamo responsabili, non disobbedivamo, non dicevamo bugie e men che meno parolacce (non sia mai!!!) andavamo bene, eravamo brave bambine e bravi bambini.Orgoglio insomma dei nostri cari. E chi non vorrebbe essere l’orgoglio di mamma e papà! Probabilmente un carattere, un’impronta un po’ insicura, ci porta già nei primi anni dell’infanzia a sposare l’equazione “se non faccio errori nessuno si arrabbia QUINDI tutti mi vorranno bene”.E così la spada di Damocle del perfezionismo è già bella posizionata sulla nostra testa! L’adolescenza magari ci avrà aiutato a rompere qualche schema ma a vent’anni, trenta o quaranta ci sarà ancora quella vocina che ci sussurra “devi fare le cose per bene, non devi deludere nessuno, tutti ti vorranno bene. E non avrai problemi”.E così tutto passa sempre per il setaccio del perfezionismo, che è a maglie fini fini fini e lascia passare pochissime cose.In altri termini, niente di noi passa mai il nostro terribile giudizio. Ci giudichiamo in modo spietato. Il perfezionismo è un sistema che porta anche a buoni risultati a prima vista ma ha costi altissimi e alla lunga non tiene.Si può arrivare, per esempio, ad avere un buon percorso di studi, o un buon lavoro, o una buona posizione o magari una bella casa, dipende da quali erano gli obiettivi, ma siamo sostanzialmente infelici. La sensazione che ci avvolge è quella di non essere mai abbastanza, di sentire un grande vuoto, insoddisfatti, come se ci fossimo persi, come se non sapessimo più dove dirigerci. Ti riconosci in questa descrizione? La prigione del perfezionismo Torniamo alla nostra bussola.Se siamo sempre proiettati fuori, impegnati a esaudire perfettamente le aspettative degli altri facendole nostre, come riuscirà a funzionare la nostra bussola interiore?Lei è dentro e noi siamo fuori.Lei ha bisogno di mettersi in contatto con noi e noi siamo indaffarati a piacere agli altri, a rientrare in canoni esterni. Non è rotta o malfunzionante, è abbandonata a se stessa povera bussola! Purtroppo nessuno ti potrà mai dire che cosa tu vuoi fare, chi vuoi diventare, come vuoi essere. Solo tu puoi farlo. Più ti allontani da te, meno dedichi tempo a capire quali siano i tuoi veri desideri, se quello che stai inseguendo è un tuo sogno o quello di un altro, più ti rinchiudi in una gabbia con le tue stesse mani. Ma c’è un’altra catena pesante con cui ti ferma il perfezionismo, ed è quella dell’immobilità.L’immobilità ha due aspetti: uno è quello del non muoversi perché non ci si sente mai all’altezza; l’altro è quello del non muoversi perché chissà poi cosa pensano gli altri. Ti dirò una cosa importante: non c’è una sola strada lavorativa giusta, ce ne sono almeno due o tre. Sì, hai letto bene, ci sono almeno due o tre strade che potresti imboccare e che ti renderebbero comunque felice. Non esiste una scelta definitiva che se non l’azzecchi… ahimè, tutto è perduto!Il perfezionismo ti chiude in una gabbia immutabile, fatta di scelte che devono essere continuamente confermate e se non lo sono significa che sino ad oggi hai sbagliato tutto e sprecato tempo inutile. Invece si può cambiare idea, lavoro, percorso. Si può fare perché la realtà non è immutabile. Noi non siamo immutabili: ieri eravamo diversi da oggi e domani saremo ancora diversi. Il cambiamento infatti è l’unica vera costante della nostra vita, che ci piaccia o no. E questo fatto può anche giocare a nostro vantaggio! Se fino ad ora hai fatto l’avvocato ma ti accorgi che non sei felice, che non è più una scelta che ti porta soddisfazione, significa che hai buttato via tempo e sbagliato percorso di studio e lavorativo? No.Significa solo che hai fatto delle scelte che oggi, con la persona che sei adesso, non sono più aderenti.E un po’ come dire che se la prima persona con cui esci non diventa il padre o la madre dei tuoi figli allora hai sbagliato qualcosa. Sarebbe assurdo vero? Non sto dicendo che al minimo segnale di disinteresse verso la propria attività (o altri ambiti) si getta via tutto e si rivoluziona il mondo. Le scelte vanno sempre ponderate!Ma non bisogna neppure fossilizzarsi nel “è giusto così, è un buon lavoro, è una buona situazione, lo pensano anche i miei, Tizio, Caio e Sempronio. Se cambio tutto poi chissà le conseguenze, cosa ne pensano, come mi giudicano quindi…”. Puoi cambiare. Non solo: puoi sbagliare. La felicità è imperfetta Anche io ho dovuto imparare ad essere perfettamente imperfetta.Mi sono concessa di fare degli errori. Abbassare, mitigare il perfezionismo è un’apertura alla felicità e alla realizzazione. Perché tutto quello che ti serve è già lì ma la tua voglia di fare tutto perfetto ti tiene lontano da te, dalla tua vera natura, dal tuo io profondo. Facendoti credere che è inadatto.E invece, credimi, è bellissimo. E quando smetti di boicottarti con il perfezionismo ecco che arrivano le proposte, le occasioni, le strade giuste (come ci racconta Francesca, una mia allieva, in questa testimonianza).Non è magia. Semplicemente tu hai le antenne ben sintonizzate su di te e su quello che fa per te invece che essere occupate a mantenere in piedi aspettative e posizioni che non sono più tue e forse non lo sono mai state. Le persone felici e realizzate sono quelle che hanno ceduto le armi all’imperfezione. Hanno smesso di combatterla, l’hanno accolta.Mentre, ti svelerò un segreto, quelle che appaiono sempre perfette spessissimo sono affaticate, stressate, per nulla felici e con un conto altissimo in fatto di salute fisica. La felicità sta anche nei conflitti vissuti fino in fondo, attraversati e oltrepassati.Andando oltre.Perché se è dannoso negarli dietro un eterno sorriso lo è altrettanto rimanere lì a rimuginarci su in eterno. Uscire dal perfezionismo Quindi rilassati, abbracciati e fai pace con le tue fragilità.È difficile, lo so ma proprio loro, le tue fragilità sono la tua risorsa. E tu sei l’alleato più forte su cui puoi contare.Per questo è importante entrare in contatto con se stessi, accogliersi, accettarsi. Non significa che tutto vada bene, che non si possa lavorare e limare aspetti del carattere che ci remano contro (i cosiddetti difetti ma non amo chiamarli così).Intendo dire che non dobbiamo guardarci con aria sempre critica o peggio con disprezzo. Combattere il perfezionismo non è semplice perché scardinare il perfetto controllo che impone genera sicuramente ansia.Eppure, come abbiamo appena visto, sono più i pro che guadagnerai che non i contro. Accettare di perdere il controllo è uno dei primi passi.Non possiamo controllare tutto. La realtà è grande, complessa e noi… siamo semplici, con due mani, due gambe, due occhi: non possiamo arrivare ovunque! È davvero irrealistico pensare di poter gestire ogni aspetto della vita; significa condannarsi a un fallimento già annunciato e quindi infilarsi in un tunnel di avvilimenti senza fine.Evitiamoci autogol così clamorosi e, di tanto in tanto, molliamo un po’ le redini.Accettiamo la nostra imperfezione perché è bella. Ripetiamocelo: è bella. È ciò che ci rende irripetibili e inconfondibili. Che noi la perfezione assoluta, fatta con lo stampino! La meravigliosa perla, con i suoi riflessi cangianti e preziosi è uno scarto dell’ostrica, un’imperfezione. E se è naturale non è perfettamente tonda…Scegli un punto di partenza e… parti. La perfezione spesso immobilizza. Finché non si è preparatissimi non si sostiene quell’esame. Finché non si è formati, pronti, capaci non ci si propone per quel lavoro etc etc…E così si perdono solo occasioni non solo di successo e di lavoro ma soprattutto di felicità. La rivoluzione inizia sempre da noi, da dentro.Smetti di boicottarti, di farti guerra, fai un passo diverso dal solito e vedrai che quella bussola ti porterà verso destinazioni che neppure osavi immaginare… Se senti che vorresti farti accompagnare in questo percorso, nel mio percorso “12 Settimane per Realizzarti” ti aiuto a superare questi blocchi una volta per tutte, a far crescere la tua autostima per trovare la tua strada e costruire una vita piena e davvero soddisfacente. Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo “Il coraggio di essere te” se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!). Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. 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come smettere di paragonarsi agli altri

Smettere di paragonarsi agli altri: la via della felicità

Abbiamo visto nel precedente articolo quali danni a noi e ai nostri rapporti crea il paragonarsi agli altri in modo disfunzionale o tossico.E come questo nostro paragonarci assomigli ad un morbo che lentamente ci divora. Si può guarire da questa tendenza al paragone?Esiste una cura? Da dove si parte?Da un cambio di prospettiva, dall’accorgerci che: stiamo guardando un modello distorto della realtànon stiamo guardando noi stessi  È un lavoro quotidiano e certosino di rapporto con noi stessi, per renderci conto che abbiamo delle caratteristiche soltanto nostre che non c’entrano con le caratteristiche degli altri e… meno male!E, ti rivelerò un segreto, questa è anche la via della felicità. Le nostre fragilità sono importanti, quelle che chiamiamo imperfezioni, che non ci permettono di arrivare dove arrivano Marta, Luca, Giovanna. Perché molto probabilmente non è lì che dobbiamo arrivare.Perché molto probabilmente siamo destinati a un altro percorso ed è in quell’altro percorso la nostra felicità. Occorre capire qual è la nostra strada, ascoltarci e recuperare una dimensione nostra, dare valore a chi sei tu, a chi sono, in modo che gli altri divengano uno sprono a migliorarci ma NON la nostra meta.Le caratteristiche degli altri, i loro successi, non sono la nostra meta. Ho sempre scritto tanto, fin da bambina. Scrivere è un modo per stare con noi stessi e ascoltare quelle fragilità che di solito non vogliamo mostrare a nessuno. La nostra via per la felicità Come facciamo a trovare la nostra via?Mi spiace essere ripetitiva ma… osservandoci e ascoltandoci.Mi capita spesso di vedere che le persone non rispettino, per esempio i propri tempi, come se da qualche parte vi fosse il decalogo del tempo perfetto.Quando i nostri tempi non vengono presi in considerazione, non li prendiamo in considerazione, ci boicottiamo.  Magari stiamo vivendo situazioni difficili, siamo stanchi, ci sono tante cose che ci assorbono energie e che ci richiedono tempi differenti da quelli che ci siamo prefissati noi in base a… non si sa quale timer. Chi ci dice che dobbiamo essere tutti veloci e performanti entro tot minuti, ore, giorni?Dove sta scritto che se arriviamo in tot mesi ad un obiettivo abbiamo sbagliato?Dove è il timer della vita dove c’è scritto quali sono i parametri?Torniamo sempre lì: al paragone disfunzionale con una realtà a sua volta disfunzionale. Mi obietterai: tutto bello e giusto quello che dici, ma a me il capo, il cliente, il professore, la mia vita mi richiedono di andare più veloce! Può essere, anzi, è sicuramente così.Tuttavia una condizione che ti porta a sfibrarti, a lacerare ogni tuo filo nella rincorsa di un perfezionismo per te assurdo non farà altro che affossare la tua autostima e farti stare male sempre di più.Insomma: un girone infernale. Può darsi che la tua realtà vada ripensata, ristrutturata (attenzione: non sto dicendo butta tutto alle ortiche subito! Ripensare non è lanciare tutto fuori dalla finestra). Una vita ripensata è una vita più consapevole. Le seconde edizioni hanno sempre un grande fascino. Ripensare significa iniziare a dare lo spazio alla nostra unicità.Non si ottiene da un giorno all’altro, è un camminoCercare cosa ci piace, seguire il proprio richiamo.Iniziare a esser più rispettosi verso i propri tempi, scegliere cose, mansioni, luoghi, amicizie e situazioni più in linea con il nostro essere. Capita anche che davvero si cambi lavoro in corsa, a 35 anni e anche oltre.Perché quando ti ascolti, smetti di voler essere come tutti i tuoi colleghi, smetti di voler assecondare i desideri e le aspettative degli altri e inizi… a essere te stesso.A seguire la tua passione e fare le cose con il tuo marchio personale, la tua caratteristica.È allora che divieni davvero unico, affascinante, è allora che la gente ti ascolta perché sei genuino.Perché sei tu e non c’è niente di più irresistibile di una persona che è se stessa. Allora gli altri possono spingermi, sollecitarmi, divenire compagni di viaggio, un paragone positivo. Unici e irripetibili come il nostro posto nel mondo Trovare la nostra unicità è il miglior modo per essere felici e rendere il mondo un posto migliore.Perché quando mettiamo a frutto ciò che siamo e abbiamo, risplendiamo noi e facciamo fiorire cose belle attorno a noi. Guardati, studiati, cerca un contatto con te invece che sprecare tempo a osservare come sono e cosa sono gli altri per adeguarti a loro.In questo senso il confronto con gli altri può essere utile, perché ti mostra dove non sei uguale, dove sei differente dall’altro. Capisco meglio come sei, dove sta la tua unicità. Le persone più famose e importanti della storia sono persone che hanno spesso attraversato tempeste.  Erano diverse da tutti gli standard dell’epoca ma il loro vero punto di forza fu l’aver capito chi erano e dove risiedeva ciò che le rendeva uniche, differenti.E su quello hanno puntato!Non dobbiamo essere tutti geni o artisti sregolati, ci mancherebbe, ma dobbiamo cercare la nostra strada.Quello sì.Per essere felici e pienamente realizzati.C’è qualcosa che valga di più? Ti aspetto come sempre qui, nei commenti, e nel gruppo “Scegliti e Realizzati” se vorrai. Una o due volte al mese dedico qualche minuto di riflessione a un tema su cui di frequente inciampiamo (io pure!). Poche righe, qualche spunto frutto della mia esperienza… e urti. Ci troverai tutte le promozioni e sconti ai miei corsi e a tutto quanto organizzo. Se vuoi saperne di più leggi la micro presentazione qui a fianco (se sei su pc) o in fondo a questa pagina se sei da mobile. E iscriviti! 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il cambiamento è un percorso

Il cambiamento: un percorso da fare senza fretta

Il cambiamento, che nasca dall’esigenza di uscire da una situazione dolorosa o dal voler dare una svolta alla propria vita, ha bisogno di mettere radici ben salde per non essere travolto subito o seccarsi dopo poco tempo.Questo però non ci deve scoraggiare perché ogni giorno che passa mentre puntiamo al nostro obiettivo, ci regala qualcosa di nuovo, qualche bocciolo inaspettato. Dopo aver affrontato il perfezionismo e l’insoddisfazione che genera il continuo paragonarsi agli altri è il turno del cambiamento e dell’impazienza con cui lo affrontiamo, l’ultimo grande ostacolo che ci allontana da un percorso di piena realizzazione e crescita personale. L’impazienza: un male occidentale L’impazienza è un male dell’occidente. Noi che con Amazon Prime siamo abituati a ricevere l’oggetto acquistato in poche ore, qualche giorno al massimo, dopo il click, nell’attesa proprio non sappiamo starci. Tutto è veloce, anzi, velocissimo. Se tutto è così accelerato perché il mio dolore, il mio disagio dovrebbe andare a passo di lumaca? Non sia mai! E si cercano scorciatoie o palliativi.Ma così facendo non solo ci si stacca dal nostro centro interiore ma ci si avvia pure verso grandi delusioni. Chi ha a che fare con la natura, con cui noi abbiamo davvero perso il contatto, sa che i tempi vanno rispettati e che la pazienza va allenata.Il contadino pianta il seme, lo copre, lo innaffia e attende. Non lo guarda tutti i giorni dicendogli “Wei piantina, quand’è che vieni su?” (con accento milanese possibilmente)No. Aspetta il suo tempo, quello del seme. Abbiamo inventato le serre per velocizzare ma più di tanto sul pedale dell’acceleratore non possiamo spingere, se vogliamo che quei frutti, quegli ortaggi abbiano sapore.Così è per la nostra crescita personale. La bellezza e la pace della Natura risiedono nella sua lentezza Come cambiare un’abitudine: il mito dei 21 giorni Stai male per una situazione creatasi che ti affligge o ti trovi in una condizione di stallo. Senti che vuoi uscirne, hai bisogno che qualcosa cambi. Subito!Quel “subito!” è la rovina di tanti percorsi. Si dice che per instaurare una nuova abitudine si impieghino 21 giorni.Questo numero così preciso nasce dal fatto che il nostro cervello ha bisogno di 21 giorni per creare un nuovo percorso neuronale di sinapsi (per “tracciare una nuova strada”).Ma questo non fa sì che la nuova abitudine sia stabile e definitiva.La stabilità sia raggiunge infatti con 120 giorni ossia 4 mesi di costanza.Perché quel nuovo percorso neuronale da sentiero diventi una strada consolidata e preferenziale ci vuole quindi un bel po’ di più che 21 giorni.Quello che avviene, quasi sempre, nei cammini di crescita personale, è un momento di sblocco anche dopo poche settimane e io l’ho osservato di frequente nei miei percorsi. Coincide effettivamente con la terza settimana ma per stabilizzare il risultato occorrono in genere almeno altri 3 mesi. Non c’è una strada diversa: il cambiamento ha i suoi tempi e se si mette fretta si perde quanto acquisito con tanta gioia, soddisfazione ma pure fatica! Ci impegniamo sempre tantissimo all’inizio, perché vogliamo che le cose migliorino, vogliamo uscire dallo stallo in cui siamo finiti e vogliamo accada in fretta ma poi non stabilizziamo quanto appreso, quanto abbiamo modificato.E, come nel cambio di regimi alimentari, si ha l’effetto yo-yo: prima stai bene poi stai di nuovo male. Una buona notizia: per stabilizzare il cambiamento non è necessario meditare per 4 mesi tutto il giorno Come cambiare una situazione: i giusti passi Stiamo male e cerchiamo soluzioni. Ma quali?L’atteggiamento più frequente è quello di provare la prima soluzione che ci capita a tiro, pur di toglierci dalla situazione scomoda.Ecco, questo, in realtà, è il miglior modo per ritrovarci, di lì a poco, di nuovo in difficoltà. Magari pure peggiori. Huston: abbiamo un problema L’errore in cui si incorre è quello di fuggire la condizione di dolore senza troppe domande.Per esempio: non stiamo bene nel luogo di lavoro, quindi ci licenziamo e ne cerchiamo un altro.  La cosa migliore da fare invece è lavorare su se stessi affinché, mentre si aspetta una buona occasione, noi possiamo stare meglio dove già siamo.Alzarsi ogni mattina e sentirsi male perché si deve varcare la soglia del proprio posto di lavoro non è esattamente un bel vivere… Se ci pensiamo, i motivi per cui stiamo male possono essere davvero tantissimi: Non ci piace quell’attivitàNon ci piace quel capo ufficioNon ci piacciono i colleghiNon ci piace il luogo fisico in cui lavoriamoNon ci sentiamo abbastanza competentiCi fanno mobbing e via discorrendo. Se ci si ferma al “non sto bene al lavoro quindi ne devo trovare un altro” si rischia di passare da uno all’altro e talvolta dalla padella alla brace. Dobbiamo trovare il vero problema alla base del malessere. Questo ci farà trovare la soluzione giusta.Magari sarà cercare un altro lavoro e cercarlo con tot caratteristiche. Magari sarà solo cambiare qualcosa in quello in cui si è già.Ma senza un accurato lavoro su di sé, sui propri bisogni, su ciò che davvero ci crea problemi, non lo sapremo mai.Se il problema è il capo ufficio, ad esempio, prima lavoro su di me per rafforzarmi e saperlo fronteggiare senza doverlo subire ogni volta come mi fosse passato sopra un tir.Poi magari cerco anche un altro lavoro o chiedo uno spostamento ma sono già capace di affrontare una situazione di stress simile qualora mi capitasse.Perché non sappiamo mai cosa ci riservi il nuovo: se le relazioni conflittuali sono il nostro Tallone di Achille, il vero problema, è su quelle che dobbiamo lavorare.  È come quando si è single o si esce da una relazione e invece che aspettare con calma che arrivi la persona giusta ci si impegna subito in una storia, la prima che arriva. Dopo un paio di anni le cose non vanno bene e ci si chiede “cavolo ma perché mi capitano solo persone così? Perché arrivano tutti (o tutte) a me?”Perché hai avuto fretta, non hai guardato cosa volevi veramente, non hai speso il tempo necessario per rafforzarti e capire in quale direzione e verso chi volevi andare. Il vero amore richiede tempo e consapevolezza Elaborare strategie per sostenere il cambiamento Una volta identificato con chiarezza qual è l’origine del problema, cos’è che ci dà veramente insoddisfazione e ci fa stare male, è ora di trovare la strategia per accompagnare il cambiamento. Tra i miei percorsi di Coaching ve n’è stato uno con un ragazzo che lavorava e studiava all’università con l’obiettivo di diventare assistente sociale. Si era bloccato sullo studio.Procedendo nel percorso quello che è emerso è che lui non voleva laurearsi in quel campo (il problema). Il non voler deludere gli affetti più cari, i valori familiari molto forti di un certo tipo, una famiglia un po’ old style, gli avevano impedito di vedere chiaramente cosa volesse fare e di accettarlo pienamente (contesto che rafforzava il problema). E quello che voleva fare, è emerso, era il consulente d’immagine. Quindi il lavoro ora si orientava in modo diverso: a sostenere un corso di formazione professionale, non uno universitario. La strategia era cercare un buon corso, che potesse essere seguito senza doversi trasferire, quindi in parte on line, con un tetto di costo massimo, sempre però conciliabile con il lavoro (perché era ciò che consentiva lo studio). Nel momento in cui ha fatto chiarezza su cosa volesse fare, il come ne è seguito (dove studiare, dove formarsi, etc etc…). Ha iniziato a muoversi in maniera consapevole e ora sta concludendo il suo percorso pur continuando a studiare. Le strategie, le strade giuste si vedono con chiarezza dopo che si è individuato cosa si vuole veramente, qual è il nocciolo della questione. Per cambiare occorre fermarsi Fermarsi quando non si sta bene è difficilissimo ma è nello stare che troviamo le risposte.Perché il dolore non è una cosa inutile.Quando soffri non riesci troppo a distrarti, senti molto forti le tue emozioni e di cosa hai realmente bisogno.Capisci cosa è importante, cosa non lo è, cosa ti manca veramente, cosa ti dà veramente fastidio…È il dolore che ti aiuta a crescere. Da quella via ci tocca passare.Stare spesso è veramente l’unica cosa da fare.Lavorandoci ovviamente, non stando lì impantanati e basta! Ovviamente non sto parlando di violenze fisiche o psicologiche: in questi casi non si deve stare neppure un secondo di più ma cercare aiuto. Qui siamo fuori da un cammino di cambiamento, qui siamo in una situazione di grave violenza. Ad esempio Angelina, un’altra mia allieva, dopo una separazione molto dolorosa si è completamente ricostruita, proprio passando attraverso la sofferenza e restando in contatto con se stessa: ce lo racconta qui. Non tutte le piogge vengono per nuocere. Ricordi di un viaggio in Nepal che mi ha cambiato la vita. Il mio consiglio è sempre quello di fermarsi e ascoltare quello che non va, dove sta il vero problema. E non farlo da soli ma lavorando con qualcuno.Poi cercare le giuste strategie. Nei miei percorsi io non aggiungo mai niente: tolgo.Perché quando si tolgono i blocchi, la confusione che ci distrae, che non ci fa vedere dove sta il nocciolo della questione, le cose fluiscono e le persone tirano fuori tutte le loro risorse, vedono le opportunità dove prima vedevano solo ostacoli. E fioriscono. Se il tema del blocco, dell’uscire da situazioni di malessere ti interessa particolarmente, scrivimi nei commenti o iscriviti alla newsletter qui sotto: sono pronta a risponderti!Su Facebook, se preferisci, è attivo il gruppo (gratuito) “Scegliti e realizzati: il coraggio di essere te.” Dentro ci confrontiamo su questi temi, e puoi trovare testimonianze bellissime di come le persone effettivamente trovino anche da sole la loro strategia una volta individuato l’obiettivo e la fonte del problema. Ci sono proposte di strumenti, sfide, meditazioni e live nuove ogni settimana. Se invece ami i percorsi un po’ più metodici, nella home page del sito, troverai alcuni corsi e percorsi specifici. Infine, se ami il silenzio e il relax, sul mio canale youtube Silvia Abrami – Coach, aperto, puoi trovare diverse meditazioni per allentare le tensioni e trovare equilibrio. Ti aspetto!
sogni e insoddisfazione

La tua più grande alleata è nello specchio

Lorenza è una professionista competente e coraggiosa.

Forse chi la incontra non lo direbbe e certamente lei non si vede così, ma il coraggio è una delle sue caratteristiche più evidenti.

Ha scelto di lavorare nel sociale, che nel 2019 è una specie di scommessa perché i progetti possono essere milioni ma il budget sembra non esserci mai. Ha scelto di lasciare un lavoro sicuro e rodato perché le stava stretto e non le permetteva di realizzare la sua vocazione completamente. Ha seguito molti percorsi di sviluppo personale per acquisire strumenti sempre nuovi e più efficaci per migliorare se stessa e aiutare al meglio gli altri. Ha costruito una famiglia con due figli, a cui si dedica il più possibile mentre seguire tanti progetti contemporaneamente (come la maggior parte dei professionisti che lavora nel suo campo).

È la classica persona che vorrebbe sdoppiarsi e avere giornate di 48 ore per poter concretizzare tutto ciò che ha in mente, ne sa a pacchi, ha tantissime idee di sviluppo grandiose, ma sente di non essere mai abbastanza. Mai abbastanza competente, mai abbastanza esperta, mai abbastanza qualificata, mai abbastanza professionista, mai abbastanza come quell’esperto lì che dal sociale ci tira fuori uno stipendio più che dignitoso.

Perché, diciamocelo, anche tu che leggi sotto sotto pensi che se si lavora per migliorare la società in cui viviamo, rendere le nostre città dei luoghi vivi e sicuri, in cui le persone tornino a parlarsi e ad essere di nuovo vicine… beh non bisogna farsi pagare. Bisognerebbe farlo gratis o comunque destinare quasi tutti i soldi dedicati ad un progetto al progetto stesso, non certo alle risorse umane impegnate a realizzarlo.

Non posso essere certa che tu la vedi così, ma certamente una parte importante di Lorenza. E così finiva per non dare mai abbastanza valore a se stessa, alle proprie competenze e al proprio tempo.

Ogni volta che parlavo con lei la mia sensazione era proprio di un potenziale e di una professionalità enormi depotenziate e confuse. Insomma, un vero peccato.

Ma Lorenza è coraggiosa, intelligente e ha imparato molto tempo fa a volersi bene, quindi si è rimboccata le maniche e si è guardata dentro per mettere ordine. Perché non siamo dei monoliti, gli esseri umani sono complessi per definizione, e dentro ad ognuno di noi ci sono spinte che vanno in direzioni anche diametralmente opposte: accanto a quella parte di sé che prevede il volontariato come quasi unica modalità di impegno nel sociale, c’è una parte-professionista che sa di avere valore, che è consapevole della sua grandissima esperienza e del valore del suo tempo.

All’inizio del percorso le energie erano poche, ma sono cresciute in fretta, permettendole di recuperare sempre di più forza e concentrazione.

Io e Lorenza ci conoscevamo molto prima che lei iniziasse un percorso con me, è stato un particolare onore per me “essere scelta” per seguirla e sentire che potevo esserle utile. Se mi conosci già sai quanto io ami il mio lavoro e quanto osservare e accompagnare i vostri cambiamenti mi renda felice e piena: beh con lei è stato ancora meglio, perché avevo stima di lei e del suo lavoro da tempo.

Cosa ha imparato Lorenza durante il suo percorso?

Ha chiarito e definito la sua identità professionale, cogliendo finalmente tutti i suoi punti di forza e le sue immense competenze e il valore della sua esperienza. Questo le ha permesso, un po’ alla volta, di selezionare i progetti su cui valeva la pena investire il suo tempo e le sue competenze (e alcune volte trovare persone meno formate per seguirne alcuni), e di farsi pagare. Spesso le persone pensano che ci vadano grandi cambiamenti o azioni importanti per modificare la situazione in cui ci troviamo: in verità se il nostro focus e ciò che pensiamo si modifica, il mondo intorno a noi reagisce al nostro cambiamento.

Abbiamo molto più potere di quello che crediamo sulla vita che stiamo vivendo: ogni volta che parli o non parli con qualcuno, consideri un’offerta e ne ignori un’altra, fai o non fai quella telefonata, scrivi o non scrivi quel post, quel messaggio, quell’articolo, stai influenzando il mondo intorno a te e costruendo la tua realtà presente e futura. Per questo motivo, avendo le idee chiare sulla sua professionalità, Lorenza ha potuto modificare la rotta della propria nave. Non è successo tutto insieme e le cose da migliorare ci saranno sempre, ma i primi risultati sono arrivati quasi immediatamente.

Inoltre, quando gli obiettivi sono definiti e concreti è facile e semplice prendere decisioni in linea con noi stessi. E questo ci rende più rilassati e felici.

Sono successe molte cose da allora nella vita di Lorenza. Ad esempio ha organizzato un evento importante nella propria città, con grandissima soddisfazione e successo (anche se con una buona dose di stress… ma nessuno è perfetto, ricordiamocelo!).

Ed è stato solo un trampolino di lancio: le opportunità sono cresciute, proprio come avviene con una palla di neve che rotola giù da una montagna trasformandosi in valanga. Ha ricevuto contatti e proposte.

Continua a non essere tutto rose e fiori, il sociale resta un campo impegnativo.

Ma Lorenza ora conosce il proprio valore e ha le idee chiare sulla propria professione e professionalità e questo le dà una nuova serenità e sicurezza.

E io sorrido perché il mondo può godere delle sue risorse e della sua luce. Quando penso a lei, mi dico che sarà di esempio a molti nel suo campo, perché di donne come Lorenza il mondo ha davvero bisogno.

(Tutte le storie che racconto sono tratte da vita vissuta e condivisa nel mio studio, ma i nomi, i luoghi e i dettagli sono diversi… perché io amo la vostra privacy!).